lunedì 2 novembre 2015

HELEN MOLESWORTH: LEAP BEFORE YOU LOOK - YALE UNIVERSITY PRESS 2015




HELEN MOLESWORTH
LEAP BEFORE YOU LOOK
The Black Mountain College 1933-1957
Yale University Press (October 13, 2015)

In 1933, John Rice founded Black Mountain College in North Carolina as an experiment in making artistic experience central to learning. Though it operated for only 24 years, this pioneering school played a significant role in fostering avant-garde art, music, dance, and poetry, and an astonishing number of important artists taught or studied there. Among the instructors were Josef and Anni Albers, John Cage, Merce Cunningham, Buckminster Fuller, Karen Karnes, M. C. Richards, and Willem de Kooning, and students included Ruth Asawa, Robert Rauschenberg, and Cy Twombly.
Leap Before You Look is a singular exploration of this legendary school and of the work of the artists who spent time there. Scholars from a variety of fields contribute original essays about diverse aspects of the College—spanning everything from its farm program to the influence of Bauhaus principles—and about the people and ideas that gave it such a lasting impact. In addition, catalogue entries highlight selected works, including writings, musical compositions, visual arts, and crafts. The book’s fresh approach and rich illustration program convey the atmosphere of creativity and experimentation that was unique to Black Mountain College, and that served as an inspiration to so many. This timely volume will be essential reading for anyone interested in the College and its enduring legacy.

LORENZO COVERI E ROBERTA ALLOISIO: IL GENOVESE NELLA CANZONE D'AUTORE - AULA SAN SALVATORE, GENOVA 3/1172015




I martedì de A Compagna
IL GENOVESE NELLA CANZONE D'AUTORE
Conferenza spettacolo con Lorenzo Coveri e Roberta Alloisio
Aula San Salvatore
piazza Sarzano - Genova
martedì 3 novembre 2015, ore 17,00

Martedì 3 novembre alle ore 17.00 nell'Aula San Salvatore in piazza Sarzano, dall'uscita della metropolitana, A Compagna nell'ambito delle conferenze I Martedì de A Compagna, che l'antico sodalizio cura da oltre quarant'anni, promuove il sesto appuntamento del ciclo 2015-2016: Lorenzo Coveri con la partecipazione di Roberta Alloisio: Il genovese nella canzone d'autore. L'ingresso è libero.

Con Creuza de ma (1984) e i successivi Le nuvole (1990) e Anime salve (1996), Fabrizio De André ha aperto la strada a un uso inedito del genovese nella canzone: non provinciale o folkloristico, ma globale (in direzione mediterranea) e di qualità artistica. Sulla sua scia, si sono moltiplicati i casi di impiego del genovese e degli idiomi locali nella canzone d'autore (e in altre forme di spettacolo: cinema, radio, televisione), parallelamente al rafforzarsi di una tradizione di poesia detta neodialettale. Nella conversazione si traccerà un breve profilo dell'uso, e del riuso, del dialetto cantato a Genova e in Liguria dopo Faber, scandito nelle tappe dei precursori, delle prove tra folk e canzone d'autore, della Liguria fuori di Genova, delle band giovanili, del dialetto per diletto, delle interpreti femminili, del dialetto in scena, prima di presentare l'esperienza di Roberta Alloisio.
(Testo di Lorenzo Coveri)

Lorenzo Coveri è professore ordinario di Linguistica italiana nell'Università di Genova. Si occupa di dialettologia ligure e di sociolinguistica dell'italiano contemporaneo, con particolare attenzione alla comunicazione giovanile e al linguaggio della canzone. È direttore della Rivista Italiana di Dialettologia.

Roberta Alloisio, attrice, interprete, cantautrice, ha pubblicato sinora tre album caratterizzati dalla presenza del genovese: Lengua serpentina (con l'Orchestra Bailam, 2007, Premio Teresa Viarengo), Janua (2011, Targa Tenco), Xena Tango (con Luìs Bacalov e Walter Rìos). Sarà accompagnata alla chitarra da Andrea Anzaldi.

domenica 1 novembre 2015

EMPATHY AND ABSTRACTION - KUNSTHALLE BIELEFELD




EMPATHY AND ABSTRACTION
Modernist Women in Germany
Curators: Jutta Hülsewig-Johnen, Henrike Mund
Kunsthalle Bielefeld
Artur-Ladebeck-Straße 5 - Bielefeld
31/10/2015 - 28/2/2016

Under the title Empathy and Abstraction. Modernist Women in Germany, the Kunsthalle Bielefeld is presenting works by women artists from the late 19th century through the 1930s, along with selected contemporary positions. The exhibition shows how much women have contributed to the development of art in Germany over the past 120 years, with a look at the yet-to-be-discovered story of women’s role in art history.
Unlike male artists who were obviously allowed to study at academies, the path of a talented female artist around 1900 began with a fight for the right to be an independent artist, for opportunities to study and practice art. While society naturally acknowledged and paid respect to even the most modest “genius” of male artists, women artists had to struggle against ignorance, a lack of understanding, social rejection, and familial duties in order to achieve professional status.
Despite all of the obstacles, the list of female artists who showed the way to modernism in Germany is long. It contains famous names, from Käthe Kollwitz and Paula Modersohn-Becker to Gabriele Münter and Ida Kerkovius, Hannah Höch and Meret Oppenheim, among many others. Today, they represent German modernism as naturally as their male colleagues do. Even longer, however, is the list of their comrades whose names are hardly known today, whose works have been more or less forgotten, have vanished, or have been destroyed. Besides those named above, the exhibition therefore also features selected lesser-known artists such as Dorothea Maetzel-Johannsen, Dodo (Dörte Clara Wolff), and Maria Caspar-Filser, thus showing how much still awaits discovery in the field of classic modernism.
After 1945 and up until the end of the 20th century, painting was of secondary importance to female artists in (West) Germany, behind video and performance art, installations, and objects. From the 1960s onward it was said that painting had come to an end, and in the 1970s it was not the right medium for confronting the male-dominated art world. Video, photography, and film—not painting—were the media women artists used to question existing social structures and gender roles. Representing the “exception from the (female) exception” up until the 1990s, the second part of the show will feature paintings by Meret Oppenheim, Maria Lassnig, Christa Näher, Leiko Ikemura, Karin Kneffel, and Sophie von Hellermann, who, like their classic modern predecessors, were often long ignored or forgotten, although they continued to pursue their profession during the anti-painting art context of their time, and still pursue it to this day, having come to represent important positions in painting in contemporary Germany.

Artists: Ella Bergmann-Michel (1895–1971), Maria Caspar-Filser (1878–1968), Dodo (Dörte Clara Wolff) (1907–98), Helene Funke (1869–1927), Ida Gerhardi (1862–1927), Lilly Hildebrandt (1887–1974), Dora Hitz (1856–1924), Hannah Höch (1889–1978), Leiko Ikemura (*1957), Ida Kerkovius (1879–1970), Karin Kneffel (*1957), Käthe Kollwitz (1867–1945), Frieda Kretschmann-Winckelmann (1870–1933), Maria Lassnig (1919–2014), Elfriede Lohse-Wächtler (1899–1940), Jeanne Mammen (1890–1976), Dorothea Maetzel-Johannsen (1886–1930), Paula Modersohn-Becker (1876–1907), Gabriele Münter (1877–1962), Christa Näher (*1947), Meret Oppenheim (1913–85), Anita Rée (1885–1933), Clara Siewert (1862–1944), Maria Slavona (1865–1931), Sophie von Hellermann (*1975), Marie von Malachowski-Nauen (1880–1943), Julie Wolfthorn (1864–1944)

Image: Jeanne Mammen, Schwester im Atelier (Sister in the studio), c. 1913. Berlinische Galerie, Landesmuseum für Moderne Kunst
  

ANDREA SANTARLASCI: RIFLESSI DA UN LUOGO INVISIBILE - GALLERIA PASSAGGI, PISA




ANDREA SANTARLASCI
RIFLESSI DA UN LUOGO INVISIBILE
a cura di Arabella Natalini
Galleria Passaggi
via Garofani 14 - Pisa
30/10/2015 - 23/1/2016

La galleria Passaggi ha il piacere di ospitare nel suo spazio espositivo la personale di Andrea Santarlasci Riflessi da un luogo invisibile, a cura di Arabella Natalini.
La mostra si iscrive nel solco dell'articolata ricerca di Santarlasci che conduce spesso alla “scoperta” e alla “rammemorazione” di luoghi poco visibili e poco conosciuti, evocativi di dimensioni simboliche: “...è il luogo che suggerisce, che in qualche modo genera l’opera… Il luogo, per potersi definire come tale, e non come spazio aspecifico e astratto, deve, a mio avviso, contenere o alludere a un significato, a un’immagine, a un rimando che evochi e allo stesso tempo ci rinvii a un altrove, a un qualcosa che non è di questo luogo, che ci perviene da un altro contesto, ma allo stesso tempo appartiene al luogo stesso, intimamente custodito dentro di sé. Spesso proprio quel che sembra estraneo, quell’estraneità è ciò che identifica il luogo nella sua particolarità, solo a questo punto è possibile, per me, parlare di quel luogo e non di un altro. E’ questo l’aspetto più interessante, questa la caratteristica che ci fa comprendere la profonda specificità del luogo….” (Andrea Santarlasci).
A partire dalla fine degli anni ottanta Andrea Santarlasci ha sviluppato un linguaggio dove convivono e s’intrecciano molteplici tecniche, disegno, scultura, fotografia e installazioni, instaurando una stretta interazione tra ambiente, luce, colore e suono.
Fin dagli esordi, l'artista ha affrontato temi e motivi che caratterizzano la sua poetica: le relazioni e le opposizioni tra naturale e artificiale, tra spazio privato e ambiente esterno, tra riflessione individuale e dimensione collettiva, fino alle suggestioni visive dello sdoppiamento e della riflessione, dell’ombra e del tempo, in un costante equilibrio tra emozionalità e concettualità. Temi questi, caratterizzati spesso da un contrappunto o una fusione tra materialità e virtualità.
La frequente e approfondita meditazione sul concetto di luogo e di spazio pubblico, evidenziato soprattutto attraverso la relazione tra l’uomo e il suo ambiente, anche nei suoi aspetti sottilmente perturbanti, costituisce un tratto fondamentale della sua ricerca artistica. Ogni opera, con il suo sfondo enigmatico, costituisce lo spunto per una riflessione sulla condizione di spaesamento e di stupore dell’uomo contemporaneo, nel dilatarsi dei confini della realtà, del suo riconoscimento e nelle sue evoluzioni complesse e contraddittorie.
Le opere presentate a Pisa prendono spunto da un progetto più ampio, legato a un luogo antico della città di Pisa, un sito particolare dove il fiume Auser (l'attuale Serchio) si riversava nell'Arno. La confluenza dei due fiumi e le loro ramificazioni hanno determinato, nel tempo, la trasformazione del territorio, che attualmente ci appare modificato nella sua configurazione. Questo luogo, che non esiste più, viene evocato all'interno dello spazio della galleria, collegando i lavori esposti con un fluire sotterraneo che unisce passato e presente in una riflessione sullo scorrere del tempo e le sue diverse percezioni.
Una grande installazione, costruita con tavole di recupero, appare come frammento architettonico, una scala allagata che contiene al suo interno le acque del fiume, “soglia di un antico scalo che in bilico scivola fino ad aderire al suolo”; un ramo raccolto sulla foce del Serchio si trasmuta, all’estremità di un suo prolungamento, in oggetto scultoreo che rimanda alla prua di una piccola imbarcazione, affiancata da una serie di piccole foto di paesaggi fluviali e da un’opera pittorica che suggerisce possibili antichi percorsi del fiume.
Infine un dittico di light box, recante una scritta "fluida” - al cui interno le lettere che compongono la parola Auser sono impercettibilmente evidenziate - rielabora meditazioni filosofiche sulla permanenza e il divenire, aprendo a una riflessione sull’esistenza umana.
Quest’opera, in particolare, si riferisce a un progetto precedente che ipotizza, nel preciso punto di confluenza dei due fiumi, la collocazione della scritta luminosa, tra il tessuto urbano e la riva naturale dell’Arno. Come dichiara l’artista “Un intervento che ci invita ad attivare una rammemorazione di un sito ormai inesistente, e attraverso la sua collocazione nell’attuale paesaggio, ci prospetta l’incontro di due tempi diversi e simultanei, come in una eterocronia.”
Per Santarlasci, dunque: “L’acqua del fiume diviene quella sostanza che ci permette di contemplare e immaginare il tempo. L’acqua, materia liquida e dissolvente, illusoria e riflettente, è quell’elemento che può essere sempre comparato ad altri elementi... L’acqua può scavare la terra nelle sue profondità misteriose, può creare, deviare e dissolvere percorsi sotterranei, capaci di lasciare segni e tracce dei loro antichi passaggi.”

Andrea Santarlasci nasce a Pisa nel 1964, dove vive e lavora. Diplomato presso il Liceo Artistico Statale di Lucca, ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Venezia e di Carrara. Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, Santarlasci ha sviluppato un percorso in cui coesistono molteplici tecniche: disegno, fotografia, opere tridimensionali di scultura e installative. Partendo da tematiche inerenti le relazione e opposizioni tra naturale e artificiale, spazio privato e ambiente esterno, riflessione individuale e dimensione collettiva, l'artista ha realizzato nel tempo installazioni in ambienti di archeologia industriale, luoghi storici e spazi pubblici, anche fuori dagli ambiti convenzionali e tradizionalmente deputati alle esposizioni d’arte, spesso inseriti nel vivo tessuto urbano o in contesti naturali. Molti dei suoi interventi sono fruibili sia dall’esterno che dall’interno e mettono in relazione i vari elementi dell’opera e dello spazio-luogo.
Tra le personali più recenti: Le direzioni inverse del tempo, Galleria Davide Di Maggio, Milano, 2010; Nella visione probabilmente, Inner Room - BRICK - Centro per la ricerca e cultura contemporanea, Siena,2011; Fughe senza centro, Fondazione Mudima di Milano, 2012; Atopie del luogo, a cura di Saretto Cincinelli e Ilaria Mariotti, Centro Espositivo SMS e La luce che resta, installazione nella Torre Campanaria del complesso architettonico San Michele degli Scalzi, Pisa, 2013; Sul limite di un’altra soglia, a cura di Marco Senaldi, Sala ottagonale dell’Ex Convitto Vittorino da Feltre, nell’ambito della manifestazione Marble Weeks, Carrara, 2014.
Le sue partecipazioni a collettive, comprendono, tra le altre: The Bearable Lightness of Being-The Metaphor of the Space 2, a cura di Andrea Bruciati, Davide Di Maggio, Lorand Hegyi, Arsenale Novissimo, Tese di San Cristoforo, XII Biennale Internazionale dell’Architettura, La Biennale di Venezia, 2010; Alfabeta2 è un’altra cosa… Riflessi dell’arte italiana, a cura di Davide Di Maggio, Casinò - Ca' Vendramin Calergi, Venezia, 2011; 25 anni con la Nuova Pesa, Galleria La Nuova Pesa, a cura di Laura Cherubini, Roma, 2012; Abitare L’Arte e il Design, Intragallery, Napoli, 2012; Ripartire dalla musica per superare il terremoto, Galleria La Nuova Pesa, Roma 2013; Artenatura, a cura di Gianluca Ranzi, Antico Palazzo della Pretura, Castell'Arquato, Piacenza 2013; Spazio E23, Galleria Studio Legale, Napoli, 2014; TotalSpace/Spazio Totale, D’A Spazio D’Arte, Empoli, Firenze, 2014. I loro desideri hanno la forma delle nuvole, Takewaygallery, Roma, 2014; A Group Show not an archive of mussels, Blu Corner-project room, Carrara, 2015; Attraversare nuovi percorsi, Wegallery, Berlin, 2015

Immagine: Andrea Santarlasci, Riflessi da un luogo invisibile, 2012, stampa fotografica.

MASSIMO DONÀ: TEOMORFICA - BOMPIANI 2015




MASSIMO DONÀ
TEOMORFICA
Sistemi di estetica
Bompiani (28 agosto 2015)
Collana: Studi Bompiani

Tre sono i filoni che hanno segnato in profondità le vicende dell'arte occidentale. E di essi vuole rendere conto questa nostra ricostruzione storico-ideale; che si propone come abbozzo di una mappa speculativa la cui pretesa è quella di tenere insieme le più significative opzioni chiamate in causa dalle nostre spesso confuse esperienze estetiche. Abbiamo quindi cercato di rinvenire i principi di fondo di questo imponente affresco, mossi dalla convinzione che, solo così, potesse scaturirne un vero e proprio "sistema", in grado di giustificare tanto l'individuazione dei suddetti tre itinerari, quanto la loro inscrizione all'interno di un solido quadro metafisico. Abbiamo nel contempo cercato di mostrare in che senso solo uno di questi percorsi prospetti un vero e proprio futuro all'arte occidentale: quello che porta i segni della grande teologia cristiana - e in primis del tomismo originario. I cui mirabolanti effetti sembrano ancora riconoscibili nell'opera di alcuni tra i massimi protagonisti dell'arte del Novecento. Da qui la necessità di richiamare l'attenzione sul legame essenziale, per non dire decisivo, tra l'esperienza estetica e la dimensione del Sacro. Nella più lucida consapevolezza di rischiare una sostanziale inattualità, anche perché viviamo in un tempo sempre più unanimemente sospettoso nei confronti di qualsiasi forma di "sistema" in filosofia.

MARIO COSTA: DOPO LA TECNICA - LIGUORI 2015




MARIO COSTA
DOPO LA TECNICA
Dal chopper al similcoso
seguito da «Il sublime tecnologico» trent'anni dopo
Liguori (23 settembre 2015)
Collana: Script

Se il mondo di Mallarmé era fatto per finire in un libro, il nostro, sostiene l'autore, è fatto per finire digitalizzato in un database. Il libro ripercorre la storia delle varie epoche della tecnica sottolineandone la discontinuità e la capacità di agire configurando, ogni volta in maniera diversa, l'organizzazione antropologica di chi da esse è abitato. Sulla base di questi presupposti, continua e argomenta l'autore, si può asserire che la tecnica, una volta connessa e dipendente dai bisogni e dall'azione dell'uomo, si è, nel corso del tempo, svincolata da ogni progetto umano rendendosi incondizionatamente autonoma, forzando l'uomo a vivere dentro di essa, ad appartenerle e a favorire il suo sviluppo. Solo una tale filosofia della tecnica sarà in grado, tra l'altro, di intravedere la verità che traspare dalle intuizioni, già da tanti altri avute, di un futuro ulteriore livello evolutivo del pianeta.

TABEMONO NO BI - MUSEO D'ARTE ORIENTALE EDOARDO CHIOSSONE, GENOVA




TABEMONO NO BI
Bellezza, gusto e immagine della tavola giapponese
Museo d'Arte Orientale Edoardo Chiossone
Piazzale Giuseppe Mazzini, 4 - Genova
31/10/2015 - 26/6/2016

Dipinti, stampe policrome, lacche, porcellane, bronzi. Sono 150 le opere appartenenti alle collezioni del Museo Chiossone che compongono la mostra Tabemono No Bi bellezza, gusto e immagine della tavola giapponese, inaugurata venerdì 30 ottobre al museo d’arte orientale Edoardo Chiossone a villetta Di Negro. Tutte le opere fanno riferimento al cibo, alle sue raffigurazioni e all’apparato per prepararlo e per servirlo. L’iniziativa rientra nell’ambito di rassegna “Nutrirsi d’arte” dei musei di Genova per Expo 2015 e celebra la cucina giapponese (washoku) con particolare riguardo alla tradizione kaiseki di Kyōto che nel 2014 ha ricevuto l’investitura di patrimonio intangibile dell’umanità Unesco