sabato 29 settembre 2012

OMAGGIO A FISCHLI & WEISS - FONDAZIONE REMOTTI, CAMOGLI



OMAGGIO A FISCHLI & WEISS
a cura di Francesca Pasini
Fondazione Remotti
via Castagneto 52 - Camogli
dal 29/9/2012 al 10/2/2013 

La Fondazione Pier Luigi e Natalina Remotti di Camogli (Ge) è lieta di presentare Omaggio a Fischli&Weiss dalle collezioni italiane, una selezione delle famose domande dei grandi artisti svizzeri Fischli & Weiss provenienti da collezioni italiane. 

La mostra si compone di oltre cinquanta domande che testimoniano, da un lato, il fascino che questi artisti hanno esercitato in Italia, e dall’altro suggeriscono un possibile autoritratto dei collezionisti che, attraverso la scelta delle domande hanno forse rivelato qualcosa di se stessi. L’ironia a tratti malinconica e la banalità del quotidiano, corrispondono infatti a quelle domande che tutti noi, magari sottovoce, ci poniamo. 
Esse si alleano in modo molto variabile e arbitrario e possono dar vita a una sorta di anonimo racconto. Ecco un esempio: 
Perchè lei non telefona? In privato sono un’altra persona? 
Perchè gli altri stanno sempre meglio di me? Le persone sono fiori? 
La ricerca potrebbe ancora scoprire qualcosa di utile su di me? 
Non devo vergognarmi per le cose che non mi riguardano? Soffro di buon gusto? 
Sono cavalcato da una strega? Il diavolo è contento di me? 
Si può vivere nella stessa casa con una donna del tutto estranea e selvaggia? 
Perchè la mia coperta è sempre così pesante? La puzza viene da fuori? 
Dovrei andare a vivere da ladrone nel bosco? 
Il mio cervello è forse un appartamento male arredato? 
Perché la terra si concede il lusso di avermi? Perché ho sempre ragione? Perché mi lascio sempre comandare? 
Perché la terra ci mette esattamente un anno per girare intorno al sole? Should I smoke opium? 

Alla Biennale di Venezia del 2003, nell’installazione Fragen, le domande erano scritte al neon e ricevettero il Leone d’Oro, poi ne è nata un’edizione cartacea in varie lingue: sono piccoli fogli neri scritti in bianco che si disperdono sulle pareti come pagine di un libro. L’interazione tra sè, gli altri, le immagini, gli oggetti, le fotografie è alla base di tutto il lavoro di Fischli&Weiss e la visione e la lettura di queste domande sparse è uno stimolo molto esplicito a diventare inventori di se stessi, attraverso il gioco, l’ironia e la difficoltà del mondo che ci circonda. Questa è una delle chiavi, forse la più attraente, per accedere al lavoro di questa coppia di impareggiabili artisti. 

giovedì 27 settembre 2012

100 X PAUL KLEE - K21 KUNSTSAMMLUNG, DUSSELDORF



100 X PAUL KLEE
Paintings and their Stories
curated by Anette Kruszynski
K21 Kunstsammlung
Standehausstrasse 1 - Dusseldorf
28/9/2012 - 10/2/201 

The purchase in 1960 of 88 works by Paul Klee (1879 - 1940) by the Federal State of North Rhine-Westphalia furnished the impetus for founding the Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen in Düsseldorf. Today, the Klee collection – which has grown to include 100 works – is one of the most comprehensive by this artist in Germany, and the focus of international attention. Now for the first time, all of these works will be presented to the public together at K21. The focus of the exhibition is not exclusively on Klee’s creative achievement, but on the historical vicissitudes of these works of art as well. Klee began teaching at the Düsseldorf Art Academy in the early 1930s, and immigrated to Switzerland in late 1933 under pressure from the National Socialist dictatorship. 
These paintings, drawings, and watercolors offer invaluable insights into the oeuvre of this remarkably multifaceted artist while providing a wide-ranging overview of Klee’s virtually inexhaustible creativity. Featured alongside works dating from the turn of the 20th century and documenting his earliest beginnings as a graphic artist are those which reflect his experiences during the legendary trip to Tunisia in 1914. Precisely composed paintings dating from 1919 represent Klee’s adoption of oil painting; the geometric-constructivist works were produced in connection with his teaching activities at the Bauhaus in Weimar and Dessau. Drawings and oil paintings from the late periodic, finally, feature a cryptic, symbol-laden idiom. Klee also reflected with sensitivity and a razorsharp perspective on the events of his time, at the same time generating an artistic cosmos which synthesizes tragicomedy and irony, lightheartedness and gravity, playfulness and calculation. 
The exhibition also fosters an understanding of Klee’s creative process through an examination of the fronts and backs of individual works: Klee accorded great importance to the materials he utilized, through which he aimed at very specific effects. He gave his works special frames, thereby making it clear that he regarded them as objects. Also receiving attention is the collector through whose hands the greater part of the works in the Düsseldorf Klee Collection passed. Up until the late 1950s, the US-American industrialist G. David Thompson assembled the collection before deciding – astonishingly – to part with all of the works. Another focus of the presentation is on the art dealers who were involved with the works in the Düsseldorf Klee Collection, some formerly owned by prominent personalities. Labels on the backs of some paintings supply information about international exhibitions at which works from the Düsseldorf Klee Collection were on view. They also tell of the "diplomatic mission" fulfilled by the collection in a number of different countries since the mid-1960s. 

CAPOGROSSI: UNA RETROSPETTIVA - COLLEZIONE PEGGY GUGGENHEIM, VENEZIA



CAPOGROSSI: UNA RETROSPETTIVA
Collezione Peggy Guggenheim
701 Dorsoduro - Venezia
dal 28/9/2012 al 10/2/2013 

Questa attesa antologica rende omaggio a uno dei protagonisti assoluti della scena artistica del secondo dopoguerra, presente nelle collezioni della Fondazione Solomon R. Guggenheim di New York fin dal 1958 con l'acquisizione della tela Superficie 210 (1957). Una retrospettiva unica e completa che, partendo dall'analisi del rigore del segno giunge alla grande orchestrazione del segno-colore, tracciando l'evoluzione della complessa vicenda pittorica dell’artista e di quel suo alfabeto, che, nelle sue più svariate interpretazioni, ha fatto identificare Capogrossi con il gusto di un'epoca, di un'Italia fiorente e ottimista, colta nel pieno del boom economico dei "meravigliosi" anni '50 e '60. 
Realizzata in collaborazione con la Fondazione Archivio Capogrossi, Roma, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e con il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la mostra ricostruisce l'iter artistico di Giuseppe Capogrossi (1900–1972), con oltre settanta opere, tra dipinti e lavori su carta, che spaziano dai capolavori figurativi degli anni '30, con tele come I canottieri (1933), Il temporale (1933), La piena sul Tevere (1933), ai grandi formati degli anni '60, quali Superficie 399 (1961) e Superficie 449 (1962), dominati dal suo simbolo archetipo e originario. Rintracciati dopo lunghe ricerche, i lavori in mostra provengono da collezioni private e importanti musei, tra cui il Centre Georges Pompidou di Parigi, la Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, il Mart di Rovereto, la Galleria d'Arte Moderna di Torino, oltre al Solomon R. Guggenheim Museum di New York. 
L'esposizione è accompagnata da un'esaustiva pubblicazione edita da Marsilio Editori. Realizzato in collaborazione con la Fondazione Archivio Capogrossi, in doppia edizione italiana e inglese, il catalogo raccoglie undici saggi che riscostruiscono in modo attento e puntuale il percorso artistico di Capogrossi. 

PASCAL DIBIE: ETHNOLOGIE DE LA PORTE - METAILLIE' 2012

PASCAL DIBIE
ETHNOLOGIE DE LA PORTE
Des passages et des seuils
Metaillié, 30/8/2012 

Qu’est-ce qu’une porte ? Dans sa définition même elle implique l’existence d’un "dehors", autrement dit de ce qui est "hors de la porte". Nous y sommes : la porte est d’abord vue de l’intérieur de la maison par celui qui s’y inscrit… A partir de là tout est à penser : le dedans, le dehors, l’ouvert, le fermé, le bien-être, le danger, et c’est pour elle que nous nous sommes institués, nous les hommes, en grands paranoïaques autant qu’en dieux et en techniciens ! Pas un lieu où nous avons voulu dormir que nous n’avons barricadé, pas un champ que nous n’avons borné, pas un temple que nous n’avons chargé, pas une famille ni une ville que nous n’avons protégées. 
Nos portes sont partout, issues étroites ou portes monumentales. Des Magdaléniens d’Etiolles à la porte d’Ishtar à Babylone quelle folie nous a prise? Portiques grecs, arcs de triomphe romains, Jésus qui prêche aux portes, L’enfer qui s’en invente, notre imaginaire de la porte se construit petit à petit. On arme les châteaux de pont-levis et de symboles, on enclot les femmes et puis on fait des Entrées solennelles, on s’invente des étiquettes autant pour les hommes que pour les livres. 
On dresse partout des barrières jusqu’à inventer les frontières. La ville s’avance, la société se discipline, se numérote, s’invente des règles qu’elle affiche aux portes : prestige, convenances, mort, on peut tout lire à la porte de nos vies. Le folklore s’est emparé des seuils, a nourri nos croyances et nos étranges rites de passage. Nos semblables d’un ailleurs proche ou lointain n’ont pas fait moins : jnouns et serrures veillent en Afrique pendant qu’en Chine on calcule encore l’orientation des ouvertures et qu’à chaque porte se joue l’équilibre de l’univers entier. 
En Amazonie la porte est en soi alors qu’en Océanie elle est un long chemin d’alliance. La porte est pour chacun un bonheur et une inquiétude quotidiens tout simplement parce que, de tous nos objets du quotidien, elle représente un monde inépuisable de pensées. 

L'ETINCELLE SURRÉALISTE - AVANT-PROPOS 21/8/2012

L'ETINCELLE SURRÉALISTE
Avant-propos, 21/9/2012
collection "Musée des lettres et manuscrits" 

Ce catalogue d’une exposition tenue a Bruxelles, au Musée des lettres et manuscrits pendant l’eté 2012 présente au public le premier Manifeste du surréalisme, Poisson soluble et les manuscrits et épreuves corrigées du Second Manifeste du surréalisme, emmenant le lecteur à la rencontre du surréalisme en 1924, puis en 1930, et insiste sur les lettres, manuscrits, livres et revues comme La Révolution surréaliste, Le Surréalisme au service de la révolution, L’Immaculée conception ou le Dictionnaire abrégé du surréalisme.
Dans ces documents « fondateurs », la notion d’image surréaliste est omniprésente. Dans son Manifeste du surréalisme de 1924, André Breton définit cette « image » en citant Pierre Reverdy : « L’image est une création pure de l’esprit. Elle ne peut naître d’une comparaison mais du rapprochement de deux réalités plus ou moins éloignées. Plus les rapports des deux réalités rapprochées seront lointains et justes, plus l’image sera forte — plus elle aura de puissance émotive et de réalité poétique… ». A travers deux cents lettres et manuscrits signés Breton, Aragon, Dali, Magritte, Ernst, Miro ou Bellmer, le livre se penche sur les différentes approches utilisées par les peintres pour faire naître cette étincelle surréaliste.
Pour produire l’étincelle surréaliste, les artistes ont recours à de multiples procédés, plus ou moins éloignés des techniques traditionnelles, et souvent novateurs dans l’histoire. Parmi celles-ci, les plus célèbres sont le frottage, le grattage et le collage, toutes intimement liées à la personnalité de Max Ernst.
Dans leur importante correspondance, Salvador Dali et René Magritte théorisent la manière « réaliste », employée par de nombreux créateurs et basée sur les associations-libres. C’est notamment cette orientation que l’on observe dans les dessins du story-board de Destino, qui évoque une histoire d’amour entre une ballerine et un joueur de baseball. Cette merveilleuse série de dessins trouve son origine dans une rencontre en 1946 entre Walt Disney et Salvador Dali, alors nouvellement installé à New York.
Avec les lettres et manuscrits du groupe de la rue Blomet, André Masson et Joan Miró en tête, l’image surréaliste se teinte d’un certain lyrisme, marqué par la volonté de « retour au point originel ». Leur recherche, liée à l’automatisme, s’oriente ainsi dans une vision enfantine de la création. C’est « dans les forces obscures qui nous habitent que réside la fécondité créatrice ». 
Il y a aussi la photographie surréaliste. A la lumière de la définition de Breton de l’image surréaliste, la combinaison entre photographie et surréalisme apparaît pour le moins paradoxale et contradictoire. La photographie est en effet conçue depuis le XIXème siècle comme un instrument capable de livrer une vision objective du réel et semble, à première vue être inapte à répondre aux exigences de l’image surréaliste. Grâce notamment à des documents de Dali, Bellmer ou Man Ray, la photographie va jouer un rôle essentiel dans la création de « l’étincelle surréaliste ».
Des documents de la seconde moitié du XXe siècle permettent enfin de s’interroger sur la fin du surréalisme, après le retour d’André Breton, l’arrivée de nouvelles personnalités comme Gracq, Pieyre de Mandiargues, Duprey, Mansour ou Bonnefoy, et après l'acte de décès du surréalisme signé par Jean Schuster dans Le Monde du 4 octobre 1969. 
Depuis cette date, la fin du groupe surréaliste a fait l’objet de nombreuses réflexions. Y-a-t-il eu une fin au mouvement surréaliste ? La Seconde Guerre mondiale rompt-elle le mouvement ? La mort d'André Breton marque-t-elle la fin du surréalisme comme mouvement organisé ? Le surréalisme est-il resté vivant durant tout le XXe siècle au sein d’autres mouvements artistiques ou même politiques ? 


MASSIMO GRIMALDI. SLIDESHOWS - MUSEO DI VILLA CROCE, GENOVA



MASSIMO GRIMALDI
SLIDESHOWS
a cura di Ilaria Bonacossa e Alessandro Rabottini
Museo d'arte contempporanea di Villa Croce
via Jacopo Ruffini 3 - Genova
dal 298/9 al 18/11/2012 

Il lavoro di Massimo Grimaldi (Taranto, 1974) è una riflessione sulla natura e la funzione dell’arte visiva nella società contemporanea, un tentativo di porre l’arte a contatto con le contraddizioni della nostra società e di agire all’interno di essa. In molti casi, infatti, Grimaldi mette a confronto il sistema dell’arte con le emergenze sociali della povertà e della guerra, come accade nella serie di opere realizzate a favore dell’associazione umanitaria Emergency. I suoi lavori spesso inducono lo spettatore a interrogarsi sul potere delle immagini, sulla loro circolazione e sul ruolo dell’arte nella nostra società. 
Massimo Grimaldi riunisce per la prima volta a Villa Croce una serie di lavori che ha realizzato a partire dal 2003 e che consistono in slideshow di immagini scattate in diversi Paesi. Queste immagini fanno spesso riferimento a luoghi nei quali Emergency è attiva, mentre in altri casi mostrano gli orrori della guerra o celebrità del mondo del cinema. Ciascuna proiezione avviene sullo schermo dell’ultimo modello di computer Apple disponibile sul mercato nel momento in cui l’opera è stata realizzata. In questo modo l’aspetto di ciascun lavoro dipende dall’evoluzione tecnologica ed estetica dei computer Apple e non dalla volontà dell’artista. Visti insieme, questi schermi Apple creano una sorta di archeologia in divenire dell’estetica tecnologica e mettono in discussione la funzione dell’arte sia nei confronti del mercato globale che al cospetto delle realtà sociali più problematiche. 
Alessandro Rabottini, (curatore e autore del catalogo che accompagna la mostra), descrive queste come opere come originate da uno “scetticismo che sin dall’inizio ha animato il lavoro di Grimaldi, uno scetticismo dichiarato e perseguito nei confronti dell’arte e della sua funzione nella società”. Se da una parte il marchio Apple simboleggia l’idea di innovazione tecnologica ed estetica, dall’altra le immagini che scorrono davanti ai nostri occhi, mostrano ospedali, sale d’attesa, mutilazioni di guerra e cantieri in costruzione. Nella bellezza formale che contraddistingue queste fotografie facciamo esperienza non soltanto dell’orrore del presente ma anche della speranza nel futuro e della gioia del quotidiano. 
Negli ultimi anni Massimo Grimaldi ha devoluto a Emergency i premi che gli sono stati assegnati e le committenze ricevute, contribuendo così a supportare l’attività dei suoi ospedali in Sudan, Sierra Leone, Repubblica Centrafricana e Cambogia e documentando la loro attività così come la quotidianità delle comunità locali da essi servite. In questa serie di opere Grimaldi instaura una nuova e complessa relazione tra etica ed estetica, tra tecnologia ed empatia, tra l’autoreferenzialità dell’arte e una sua possibile apertura alla vita. 
Nel porre a contatto emergenza umanitaria e istituzioni artistiche, l’artista pone queste ultime di fronte a un dilemma etico tra arte e responsabilità sociale, come è stato nel caso dell’opera Emergency’s Paediatric Centre in Port Sudan Supported by MAXXI che, nel 2009, ha vinto il concorso internazionale MAXXI 2per100, il cui regolamento prevedeva di devolvere il 2% della spesa prevista per la costruzione del museo MAXXI alla produzione di opere d’arte. 
Il progetto di Grimaldi è consistito nel destinare il 92% dei 700.000€ previsti dal bando alla costruzione di un Centro sanitario pediatrico di Emergency in Sudan. 
Il Centro - che fornisce assistenza pediatrica gratuita ed è dotato di un ambulatorio per la diagnosi delle cardiopatie nei bambini e negli adulti - è il soggetto di un reportage fotografico in progress che documenta tutte le fasi della sua costruzione e l’inizio della sua operatività. Il reportage è mostrato in una videoproiezione serale su una parete esterna del museo, congiungendo idealmente la sua architettura con quella del Centro, e mostrando come l’una sia nata per mezzo dell’altra. 
Con questa serie di operazioni Grimaldi mostra la complessità e la problematicità della sua posizione come artista nei confronti della realtà che lo circonda, rilevando come l’arte possa essere al contempo lo spazio di una riflessione autonoma e l’occasione per il suo stesso superamento: “Spesso intendo l’arte come un modo per parlare della ‘non-arte’, dimenticandomi quali siano i suoi confini; ricercando quella legittimazione che il mio ruolo di artista temo non abbia”. 

mercoledì 26 settembre 2012

RICHARD ARTSCHWAGER - GAGOSIAN GALLERY, ROMA



THE SUPERSURREALISM
curator John Peter Nilsson
Moderna Museet
Gasverksgatan 22 - Malmö
27/9/2012 al 20/1/2013 

This autumn, Moderna Museet Malmö is presenting surrealism as it has never before been shown. In the museum’s largest ever exhibition, THE SUPERSURREALISM takes over the entire building. Visitors are invited on a voyage in time that sets off in 1591 with Arcimboldo, and ends in 2012 with new works by Carsten Höller and Magnus Wallin. In between are works by classic surrealists such as Salvador Dalí, Meret Oppenheim and Max Ernst. THE SUPERSURREALISM looks at the time before, during and after the surrealist period, in an attempt to explore how surrealism is expressed today. Does it still have its power to shock, surprise and outrage? 
Moderna Museet has a substantial collection of surrealist works from the crucial years around 1920-40, comprising paintings, sculptures and objects. It includes legendary artists such as Salvador Dalí, Meret Oppenheim, Louise Bourgeois, Max Ernst, Man Ray and many others. This collection forms the core of THE SUPERSURREALISM, meaning that the entire collection of surrealist works will be shown for the first time in the Öresund region. A key work is Salvador Dalí’s famous painting The Enigma of William Tell from 1933, which practically never leaves Moderna Museet in Stockholm. The presentation in Malmö is therefore unique: 
“The Enigma of William Tell is usually not lent from Moderna Museet in Stockholm. Pontus Hultén bought the painting in 1967 directly from Dalí, and Moderna Museet has only lent it out twice. Together with Rauschenberg’s goat, “The Buttock” is Moderna Museet’s most famous work of art, and it is considered to be one of the most prominent surrealist works and one of Dalí’s finest,” says John Peter Nilsson, director of Moderna Museet Malmö and curator of this exhibition. 
THE SUPERSURREALISM is an experimental presentation. Featuring more than 100 works - borrowed, newly-produced, or from the museum's own collection - THE SUPERSURREALISM takes off on a 450-year voyage into the subconscious. Apart from classic surrealism, a substantial part of the exhibition consists of works from the post-war period until today. Contemporary works by artists such as Nathalie Djurberg and Magnus Wallin and a spectacular new work by Carsten Höller are juxtaposed with post-war existential depths, 1960s psychedelic art, sexual liberation and transcendental approaches to identity. The prehistory of surrealism will also be dealt with in a spatial curiosity cabinet. Skokloster Castle has contributed a renaissance painting by Arcimboldo, while the Nationalmuseum in Stockholm has lent us etchings by Piranesi and the symbolist painter Odilon Redon. A true rarity is the never-before exhibited drawing book by Hilma af Klint, which foreshadows surrealism's automatic writing. Altogether, the exhibition develops into an eruption of supersurrealistic images. 

“Just before he died, the founder of surrealism, André Breton, said that ‘surrealism existed before me and I believe it will also outlive me’. Inspired by his statement, this exhibition features works stretching from 1566 to 2012, arranged according to an inverted chronology in three chapters: before, during and after. Not everything is strictly surrealist, but it can be regarded in relation to surrealism,” says John Peter Nilsson. 
The writer Douglas Coupland presents his view on supersurrealism in a new essay in the exhibition folder, which he also designed. In his essay, Coupland identifies how media such as the internet affect the collective subconscious in our online world. 
“Douglas Coupland has shown himself to be an astute interpreter of contemporary society ever since his first novel ‘Generation X’ in 1996. He proposes that the internet can be seen as a reflection of our subconscious. All our hidden fantasies and desires are revealed on the web. The impact of this digital reality gives a new perspective on concepts such as time and space, an aspect that has been explored in art, especially from the 1960s and onwards,” says John Peter Nilsson.