venerdì 26 dicembre 2014

LATIFA ECHAKHCH: PRIX DUCHAMP 2013 - CENTRE POMPIDOU, PARIS




LATIFA ECHAKHCH
PRIX DUCHAMP 2013
Centre Pompidou
Place Georges Pompidou - Paris
8 octobre 2014 - 26 janvier 2015

Latifa Echakhch conçoit pour le Centre Pompidou un projet spécifique qui s’inscrit à la suite des expositions Latifa Echakhch. Goodbye Horses au Kunsthaus Zurich, The scene takes place à la galerie Eva Presenhuber en 2013, et All around fades to a heavy sound à la galerie kamel mennour cette année. Dans ces dernières expositions, Latifa Echakhch proposait une certaine idée du cirque, du spectacle, devenus spectacles fantômes, désertés par le public et les performers à la suite de « on ne sait » quels événements, quels désastres.
Pour l’Espace 315, l’artiste place de nouveau au centre de ses réflexions les notions de scène, de décorum et de trace. Composée de plusieurs éléments sculpturaux, l’exposition s’impose comme un ensemble. L’artiste s’attache à bâtir une scène dramatique. En jouant sur l’envers du décor, l’ensemble propose un panel de significations et d’interprétations, allant d’une matérialité décevante à des images de paysages mentaux. Entre ciel et terre, Latifa Echakhch transforme le lieu en un paysage dense et onirique, figé entre chien et loup.
Au fil de ses déambulations, le visiteur découvre alors différents fragments d’histoire, des objets presque dérisoires, des souvenirs d’enfance puisés dans les tréfonds d’une mémoire et plongés dans l’encre noire.

« Le jury a été sensible à la manière dont Latifa Echakhch sait activer le potentiel de l’espace qu’elle investit en faisant appel à des éléments aisément reconnaissables, a précisé Alfred Pacquement, président du jury. Son œuvre entre surréalisme et conceptualisme questionne avec économie et précision l’importance des symboles et traduit la fragilité du modernisme. L’artiste ne force pas à une lecture obligée de ses œuvres qui gardent une signification ouverte, sans dogmatisme. »
L’artiste a été récompensée pour l’ensemble de son parcours qui a été présenté au jury du Prix Marcel Duchamp par son rapporteur, Rein Wolfs, Directeur du Art and Exhibition Hall of the Federal Republic of Germany à Bonn. Elle succède au duo Dewar & Gicquel, lauréats du Prix Marcel Duchamp 2012.

CARLO MERELLO: NATURA, STRUTTURA, IBRIDO - CAMPANOTTO 2014




CARLO MERELLO
NATURA, STRUTTURA, IBRIDO
Opere e progetti 1993-2013
Campanotto (31 agosto 2014)
Collana: Zeta rifili

Per la sua origine biologica, lo stile si situa al di fuori dell’arte, cioè ad di fuori del patto che lega lo scrittore alla società. È perciò probabile che un Autore preferisca la sicurezza dell’arte alla solitudine dello stile.
- Roland Barthes Il grado zero della scrittura, Einaudi Torino, 1982

In realtà credo che l’arte visuale sia sempre stata per me uno strumento e non un fine. Uno strumento si potrebbe dire “metascientifico” per indagare, sul piano estetico, gli aspetti sottili e sensibili dell’essere e del suo contesto.
Anche il mio procedere per progetti, spesso con autonomia di linguaggio espressivo, denota un atteggiamento “tecnico” verso una disciplina umanistica (se disciplina si può ancora definire l’arte visuale oggi!).
Il mio essere architetto quindi penso mi abbia condizionato non solo riguardo agli argomenti da trattare ma anche sulle procedure da adottare per svilupparli.

Carlo Merello è nato a Genova nel 1950. Architetto, lavora nel complesso delle arti visive dai primi anni Settanta.

RENATO BARILLI - PASQUALE FAMELI: ARRIGO LORA TOTINO - CAMPANOTTO 214




RENATO BARILLI - PASQUALE FAMELI
ARRIGO LORA TOTINO
Il poeta visivo sonoro performativo
con CD audio
Campanotto, (31 dicembre 2014)
Collana: Zeta rifili

Arrigo Lora Totino, considerato uno dei padri della poesia sonora italiana, ha iniziato la sua attività artistica tra la fine degli anni 1950 e i primi anni 1960. In quel periodo ha proposto i suoi primi esperimenti di poesia concreta, nei quali la parola è inquadrata in strutture visive. Nel 1959 ha fondato la rivista “antipiugiù” che ha diretto fino al 1966, anno in cui ha creato con il musicista Enore Zaffiri e il pittore Sandro De Alexandris lo Studio di Informazione Estetica per la ricerca di interrelazioni tra poesia, arte e musica elettronica e per la diffusione di ricerche neocostruttiviste. Nello stesso anno ha dato vita a Modulo, rivista che ha ospitato nel primo numero un'antologia internazionale di poesia concreta. Parallelamente si è occupato di sperimentazioni fonetiche e di poesia sonora. Nel 1969 ha curato con Dietrich Mahlow la mostra “Poesia concreta. Indirizzi visuali e fonetici” alla Biennale di Venezia.
Nel 1978 ha pubblicato “Futura. Antologia storico-critica della poesia sonora” per la Cramps Records di Milano), dove ha raccolto in sette dischi LP 33 giri le voci dei più interessanti poeti sonori del Novecento: dai futuristi ai dadaisti, dai simultaneisti ai lettristi, fino ai più recenti sperimentatori internazionali.
Nel 1979, con Adriano Spatola, Giovanni Fontana, Giulia Niccolai, Milli Graffi, Sergio Cena ed altri poeti sonori italiani, ha costituito il gruppo Il Dolce Stil Suono.
Nel 1980 ha curato per la seconda rete radiofonica della RAI la trasmissione “Il colpo di glottide”, serie di tredici puntate dedicate alla storia della poesia sonora.
Ha elaborato curiosi progetti di "poesia ginnica", "poesia liquida" e "mimodeclamazioni". Ha tenuto performance nei più importanti festival in Italia e all'estero. Ha preso parte a moltissime esposizioni internazionali di poesia visuale e concreta. Nel 1996 la Regione Piemonte gli ha dedicato una mostra antologica a Torino dal titolo “Il teatro della parola”, a cura di Mirella Bandini.

COMPAGNIA GEPPY GLEIJESES: L'IMPORTANZA DI CHIAMARSI ERNESTO - TEATRO DELLA CORTE, GENOVA




COMPAGNIA GEPPY GLEIJESES
L'IMPORTANZA DI CHIAMARSI ERNESTO
Teatro Stabile di Genova
piazza Borgo Pila 2 - Genova
dal 26/12/2014 al 4/1/2015

regia: Geppy Gleijeses
interpreti: Geppy Gleijeses, Marianella Bargilli, Lucia Poli, Orazio Stracuzzi, Valeria Contadino, Renata Zamengo, Giordana Morandini, Luciano D’Amico
spazio scenico: Geppy Gleijeses
costumi: Adele Bargilli
musiche: Matteo D'Amico
luci: Luigi Ascione

Come suggerisce il suo titolo originale che gioca sulla simile pronuncia inglese di "Ernest" (nome proprio) e "earnest" (serio, onesto), la commedia è costruita sull'ambiguità del doppio, chiamando in causa due falsi "Ernest", entrambi poco "earnest" (il protagonista Jack Worthing e il suo amico Algernon Moncrieff), che assumono un nome diverso dal proprio: il primo per condurre liberamente una vita di piaceri, il secondo per smascherare e prendersi gioco degli intrighi dell'altro. Certo, in questo intreccio di simulazioni e di scambi d'identità, nessuno dei due è "onesto", ma proprio intorno a questi mascheramenti destinati all'happy end, Oscar Wilde si diverte a confondere le carte, trasferendo l'azione dalla citta' alla campagna, mettendo in bocca ai propri personaggi dei dialoghi straordinariamente brillanti e, soprattutto, inventando quello che resta uno dei suoi personaggi più originali e più riusciti: quella Lady Bracknell alla quale si deve anche il colpo di scena che scioglie infine tutta la serie di equivoci, intessuti da una commedia nella quale si può leggere in trasparenza tutto il falso perbenismo della società vittoriana.

giovedì 25 dicembre 2014

MAN RAY A VILLA MANIN - PASSARIANO




MAN RAY A VILLA MANIN
Villa Manin di Passariano
13.9.2014 - 11.01.2015

Man Ray è autore di alcune delle opere più celebri del XX secolo come Le violon d’Ingres, nudo femminilecon due intagli di violino all’altezza delle reni e Cadeau, ferro da stiro con la piastra percorsa da una fila di chiodi.
La straordinaria inventiva di un artista allo stesso tempo fotografo, pittore, ideatore di oggetti e autore di film sperimentali, viene raccontata a Villa Manin attraverso più di trecento opere che permettono di seguire Man Ray nella sua lunga e movimentata carriera fra Stati Uniti ed Europa, amori e amicizie. Per Man Ray non esiste infatti distinzione fra arte e vita, fra interesse estetico e sentimentale, desiderio e invenzione visiva. Pur mettendo in evidenza le diverse espressioni dello stile dell’artista, talvolta quasi disorientanti nel loro carattere enigmatico, la mostra permette di cogliere gli elementi di continuità nell’opera di Man Ray, le curiosità e le ossessioni che la punteggiano.
La creatività di Man Ray si esprime anche nei film sperimentali girati negli anni Venti: Retour à la raison, Emak Bakia, Les Mystères du Chateau du dé, Etoile de mer, oggi unanimemente considerati fra i capolavori della cinematografia surrealista.
A Villa Manin troverà spazio anche questa ulteriore manifestazione del talento visivo dell’artista.

Man Ray è lo pseudonimo di Emmanuel Radnitzky che nasce a Filadelfia nel 1890 da una famiglia di religione ebraica da poco immigrata dall’Europa orientale.
Dopo l’apprendistato a New York dove si avvicina all’opera delle avanguardie e stringe amicizia con alcuni fra i più importanti artisti dell’epoca, come Marcel Duchamp con cui condivide la passione per gli scacchi.
Man Ray sbarca nel 1921 a Parigi, accolto da numerosi colleghi artisti. Non è una scelta dettata dalla nostalgia delle origini, ma dalla convinzione che a New York non sia possibile far attecchire una nuova arte. Man Ray è infatti uno sperimentatore e un innovatore e i movimenti artistici cui si avvicina, dadaismo e surrealismo in primo luogo, rappresenteranno lo spunto per invenzioni sempre nuove in campo fotografico, come i rayograph e le solarizzazioni, in pittura, nella cinematografia e nella creazione di oggetti e assemblaggi.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale, dopo un ventennio di intensissima attività artistica, ripara nuovamente negli Stati Uniti. È però un soggiorno temporaneo. Nel 1951 l’artista, questa volta accompagnato da Juliet, conosciuta in California e sposata nel 1946, fa ritorno a Parigi dove risiederà fino alla morte, nel 1976.

Man Ray scopre presto la propria inclinazione per l’arte, tanto da decidere di rinunciare a una borsa di studio universitaria per dedicarsi alla pittura mentre svolge un’infinità di diversi lavori. A partire dal 1908 frequenta la galleria 291 di Alfred Stieglitz dove si avvicina all’opera dei più innovativi artisti europei: Cèzanne, Rodin, Van Gogh, ma anche Brancusi e Picasso. Nel 1913 l’Armory Show, la mostra internazionale d’arte, sconvolge il modo artistico ancora sonnolento di New York. Man Ray ha modo di ammirarvi le opere di coloro che presto diverranno suoi amici, primi fra tutti Marcel Duchamp e Francis Picabia. Nel corso di pochi anni Man Ray brucia le tappe sperimentando diverse tecniche – dalla pittura all’aerografia, dal collage al cliché verre – e diversi stili, approdando in breve dal cubismo al dadaismo. La fotografia, dapprima opportunità di riproduzione e diffusione della propria opera, diviene in breve per l’artista una nuova forma d’espressione, e grazie all’impegno di ritrattista, un’occasione per far coincidere passione e professione. La convinzione che l’arte d’avanguardia non possa affermarsi a New York induce Man Ray ad abbandonare la città nel 1921 per cercare miglior fortuna a Parigi, dove approda preceduto dalla notorietà che l’amico Duchamp ha già avuto modo di procurargli nei circoli d’avanguardia.

Man Ray realizza, fra gli anni venti e trenta, numerose immagini per il mondo della moda e per le riviste Vogue e Harper's Bazar. L’eccentricità, ma anche la libertà di quella società fatta di figure geniali e spesso eccessive si ritrova negli straordinari ritratti scattati da Man Ray a scrittori, come James Joyce e Gertrude Stein, ad aristocratici come la Marchesa Casati – già annoverata da D’Annunzio fra le proprie amanti – ai colleghi artisti, da Picasso a Braque, da Henri Matisse a Max Ernst, e naturalmente a donne di cui Man Ray riesce a trasferire sulla carta fotografica un fascino che appare ancora irresistibile. Nel 1940 si trasferisce a Los Angeles dove risiede fino al 1951, dedicandosi in prevalenza alla pittura, per poi ritornare a Parigi. Negli ultimi decenni l'artista rivisita temi che gli sono propri, accentuando le allusioni erotiche come espressione di una nuova carica libertaria. Man Ray realizza molti ritratti della moglie Juliet dimostrando una grande capacità di immaginare soluzioni formali sempre diverse.
  

JAMES ENSOR: TEMPTATION - THE ART INSTITUTE OF CHICAGO




TEMPTATION
The Demons of James Ensor
The Art Institute of Chicago
111 South Michigan Avenue - Chicago
November 23, 2014 – January 25, 2015

In the 1880s, the Belgian artist James Ensor created a monumental drawing—almost six feet tall and composed of 51 separate sheets of paper—that until this year has not been seen outside Belgium since the 1950s. Revelatory, disturbing, wildly imaginative, and singularly compelling, The Temptation of Saint Anthony is the centerpiece of this major exhibition that explores the making and meaning of this landmark work and the visionary talent of one of history’s most idiosyncratic artists.
Ensor spent most of his life in the coastal Belgian town of Ostend, and it is there in the 1880s that he created his most important drawing, The Temptation of Saint Anthony. His theme—that of the ancient saint who resists greed and lust—was age-old, but rather than simply show Anthony surrounded by the trials of centuries past, Ensor placed his saint at the mercy of modern life, surrounded by the temptations of a brutal and turbulent world. Kneeling in prayer, eyes closed tight, Ensor’s Saint Anthony shuts out the contemporary world, from corruption and disease to colonization and street food. Above his head, in the rays of a rising sun, a sorrowful Christ wears a military helmet.
Though Ensor made the drawing at a difficult moment in his life, he lived with the work in his home for decades afterward. It suffered damage over time and, as his career developed and he earned acclaim, the artist even covered over some of its controversial imagery. Since acquiring The Temptation of Saint Anthony in 2006, the Art Institute has returned the magnificent drawing to its original 19th-century composition, making important discoveries into Ensor’s technical process along the way.

Temptation: The Demons of James Ensor debuts this beautifully conserved work in the museum alongside generous loans from the Royal Museum of Fine Arts, Antwerp, and other notable institutions, offering extraordinary insights into Ensor’s often dark, mystifying, and fiercely individualistic art. From life in his childhood home by the sea to the political and social upheaval of his student days, from the grief and anguish that followed the death of his father to his engagement with Japanese art and avant-garde culture, this show both reveals the development of themes and motifs in Ensor’s iconic drawing and presents a thorough and fascinating overview of the artist’s early career.

SACHICO NATSUME-DUBÉ: GIACOMETTI E YANAIHARA, MORCELLIANA 2014




SACHICO NATSUME-DUBÉ
GIACOMETTI E YANAIHARA
La crisi della rappresentazione
Morcelliana (1 dicembre 2014)
Collana: Il pellicano rosso. Nuova serie

Rimanere seduto davanti alla tela senza fare niente è quanto riferisce Giacometti del suo tentativo di ritrarre Isaku Yanaihara, professore di Filosofia francese all'Università di Osaka scelto come modello nel 1956: data ricordata dai critici come "crisi Yanaihara". Una battuta d'arresto che non si traduce nell'annullamento dell'opera ma in un nuovo sviluppo: una svolta nel percorso artistico di Giacometti che si confronta con i temi dello spazio e della profondità, adottando soluzioni diverse dalle tecniche tradizionali. Ne offrono un'acuta analisi i due testi qui presentati di Sachiko Natsume-Dubé, affiancati in appendice da alcune pagine del diario di posa di Yanaihara che costituiscono una testimonianza imprescindibile per la comprensione dell'opera dello scultore e pittore svizzero. L'esperienza dell'impossibile - ritrarre il volto di Yanaihara che non si riesce a catturare sulla tela - è la "catastrofe" e al tempo stesso la sua nuova possibilità: il tentativo di superare la prospettiva. Nella questione della tecnica pittorica è in gioco il rapporto dell'opera d'arte con il vero.