sabato 25 agosto 2012

LA PALMA DELL'ELEGANZA - MUSEO BONCOMPAGNI LUDOVISI, ROMA



LA PALMA DELL'ELEGANZA
a cura di Mariastella Margozzi e di Arianna Marullo
Museo Boncompagni Ludovisi per le Arti Decorative, Costume e Moda
via Boncompagni 18 - Roma
dal 27/6/2012 al 30/9/2012

Nel 1996 Palma Bucarelli donò il suo guardaroba al Museo Boncompagni Ludovisi, da poco dedicato alle Arti decorative, al Costume e alla Moda. Si trattò di una donazione importante, sia perché assai consistente in numeri (oltre cento capi) sia perché particolarmente significativa del personaggio Palma Bucarelli, direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna dal 1941 al 1975. Donna di indiscusso fascino quanto di indiscusso potere, capace di dirigere con capacità culturali e manageriali il massimo museo statale italiano dedicato all’arte contemporanea. La sua algida bellezza si coniugava con una innata eleganza e con un’attenzione mai venuta meno alla mondanità come strumento per raccogliere consensi e appoggi. Bellezza ed eleganza contraddistinsero Palma Bucarelli fin da quegli anni quaranta in cui si affacciava al mondo dell’arte contemporanea attraverso la Galleria nazionale e la seguirono fino alla fine della sua carriera, a metà degli anni settanta, quando ormai decine di riviste le avevano dedicato articoli e servizi e quando era stata centinaia di volte fotografata in serate di gala e inaugurazioni accanto a personaggi famosi e potenti.

Palma impersonava la donna nuova, femminile al massimo, intelligente e tenace, che sfidava l’uomo nei posti di potere e che sapeva gestire con grazia, ma anche con determinazione, confronti con artisti, collezionisti e con i suoi stessi superiori. Indubbiamente il suo carisma nasceva anche dall’innata eleganza, fatta di gesti e di modi di fare, oltre che di abiti alla moda.

La Mostra, suddivisa in sezioni (abiti da giorno, abiti da cocktail e da sera, accessori), presenta circa cento capi del suo guardaroba di riguardo, da lei stessa conservati fino a due anni prima della morte e donati alla sua amata Galleria, che in quel periodo stava dando vita a uno dei suoi musei “satellite”, il Museo Boncompagni, al quale già diversi stilisti avevano donato importanti creazioni di moda. Un guardaroba il suo che comprende capi di prestigiose sartorie romane, quali Nicola Zecca, Aurora Battilocchi, Sorelle Cecconi, Sorelle Botti, Antonio De Luca, Carosa, Maria Antonelli, Simonetta, Sorelle Fontana (solo per citarne alcune) e che scandiscono l’evoluzione del gusto e della moda italiana nell’arco di quarant’anni.
Sono esposte numerose fotografie tratte dall'album di famiglia, tra le quali quelle realizzate dalla famosa fotografa Ghitta Carell, che racconteranno la storia di Palma Bucarelli attraverso inaugurazioni di mostre in Galleria, balli e incontri culturali e mondani. Sarà proiettato un video che raccoglie una selezione di interviste a Palma Bucarelli. Saranno, inoltre, esposti alcuni dei suoi ritratti donati alla Galleria Nazionale con legato testamentario nel 1998: un bronzo di Mazzacurati e un dipinto di Dario Cecchi. La mostra è stata organizzata grazie al sostegno di: Associazione Amici Arte Moderna a Valle Giulia; Associazione Incontri e Eventi; Nuova Clinica Annunziatella. 

MARCO MENEGUZZO: ARTE PROGRAMMATA CINQUANT'ANNI DOPO - JOHAN & LEVI 2012

MARCO MENEGUZZO
ARTE PROGRAMMATA CINQUANT'ANNI DOPO
Johan & Levi, 23/8/2012

A cinquant'anni dalla prima mostra di Arte Programmata (Milano, 1962), l'autore propone una riflessione su ciò che resta di un esperimento di neoavanguardia che ha tentato di coniugare teoria della percezione e produzione industriale. Voluta da Bruno Munari, presentata da Umberto Eco, sponsorizzata dalla Olivetti, l'Arte Programmata non è solo un movimento italiano riconducibile al più vasto mondo dell'arte cinetica, ma un vero e proprio tentativo di definizione del campo dell'arte, ai tempi della società industriale e cittadina, che muove dal nuovissimo concetto - per allora - di "programmazione", attorno a cui ruotava tutto il dibattito interno agli intellettuali vicini alla Olivetti, che proprio in quegli anni era all'avanguardia nel campo dei piccoli processori elettronici. Superato un lungo periodo di oblio e di silenzio, oggi l'Arte Programmata gode di nuovo favore, e di un rinnovato interesse critico, storico e di mercato: perché sta avvenendo ciò? Cosa rende ancora attuale quel movimento? Quale movimento di nostalgia e di "revival" riesce a innescare tutt'oggi? 

CLEMENT CHEROUX: L'IMMAGINE COME PUNTO INTERROGATIVO - JOHAN & LEVI 2012

CLEMENT CHEROUX
L'IMMAGINE COME PUNTO INTERROGATIVO
o il valore estatico del documento surrealista
Johan & Levi

Il breve saggio approfondisce l'utilizzo delle immagini fotografiche tipico dell'attività dei Surrealisti tra la fine del XIX e inizio del XX secolo. Peculiarità surrealista è la forte preferenza per le immagini funzionali, utilizzate ai fini di documentazione o d'informazione, che venivano utilizzate in arte, decontestualizzandole, con un valore anti-artistico, legato alla capacità di suscitare domande e perplessità. L'uso di queste immagini diventa un gesto surrealista in sé, uno stimolo all'immaginazione e una forma poetica per creare la sorpresa, o l'estasi tanto cara ai Surrealisti. In questo modo queste immagini subiscono una conversione del loro significato acquisendo una forza e una connotazione artistica e contemporaneamente non-artistica.  

FRANCO BOGGERO IN CONCERTO - MARINA DI SESTRI, 25/8/2012


giovedì 23 agosto 2012

JOSEF KOUDELKA: ZINGARI - FONDAZIONE FORMA PER LA FOTOGRAFIA, MILANO



JOSEF KOUDELKA
ZINGARI
Fondazione Forma per la fotografia
piazza Tito Lucrezio Caro 1 - Milano
dal 21/6/2012 al 16/9/2012

Zingari è senza dubbio uno dei lavori fotografici più celebri del Novecento. La mostra presentata a Forma, in prima mondiale, rispecchia fedelmente la sequenza e il menabò del volume Cikáni (zingari in ceco) che lo stesso Koudelka aveva progettato nel 1970, prima di lasciare la Cecoslovacchia, e rimasto a lungo inedito. Quel volume, riproposto da Contrasto, testimonia la spettacolare teatralità visiva che Josef Koudelka aveva concepito intorno al suo lavoro di ricognizione fotografica delle comunità gitane dell’Est Europa.
In esposizione le 109 immagini del libro, sontuosamente stampate (sotto la stretta sorveglianza dell’autore) appositamente per la presentazione di Forma. Da un lato, le immagini raccontano la quotidianità delle comunità gitane negli anni Sessanta in Boemia, Moravia, Slovacchia, Romania, Ungheria e in alcuni casi in Francia e Spagna. Dall’altro, testimoniano lo sguardo penetrante e insolito dell’autore, la sua capacità di fermare, in momenti unici per la perfetta composizione formale e la pregnanza dell’azione, scene di vita familiare, momenti di festa, di gioco e di ritualità collettiva.
Una dopo l’altra, le immagini compongono un vero affresco visivo di grande potenza e con poetica malinconia registrano la fine di un’epoca, la fine di un viaggio: quello del nomadismo zingaro in Europa. Riferimento essenziale “di culto” per generazioni di fotografi, Zingari mantiene nel tempo la sua forza e conferma la grandezza del suo autore, Josef Koudelka, tra i più grandi fotografi viventi.

Josef Koudelka nasce in Moravia nel 1938. Inizia la sua carriera come ingegnere aeronautico e diventa fotografo professionista verso la fine degli anni Sessanta. Nel 1968 fotografa l’invasione sovietica di Praga, pubblicando le sue fotografie con le iniziali P. P. (Prague Photographer, fotografo di Praga). Per queste fotografie, nel 1969 riceve da anonimo il premio Robert Capa dell’Overseas Press Club. Nel 1970 lascia la Cecoslovacchia per cercare asilo politico e, poco dopo, entra a Magnum Photos. Nel 1975, viene pubblicata la prima edizione di Gypsies, il primo di una lunga serie di libri di questo fotografo, incluso Exiles (1988), Chaos (1999), Koudelka (2006) e Invasione Praga 68 (2008). Nel corso della sua carriera Koudelka ha vinto svariati premi come il Prix Nadar (1978), il Grand Prix National de la Photographie (1989), il Grand Prix Cartier-Bresson (1991), e l’Hasselblad Foundation International Award in Photography (1992). Le sue fotografie sono state esposte al Museum of Modern Art e all’International Center of Photography di New York, all’Hayward Gallery di Londra, allo Stedelijk Museum di Amsterdam, al Palais de Tokyo di Parigi, alla Fondazione Forma di Milano e al Palazzo delle Esposizioni di Roma. Nel 1992 ha ricevuto la nomina di Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres dal Ministero della Cultura francese. Oggi vive fra Parigi e Praga. 

DAMIAN ORTEGA: TRACES OF REALITY - WHITE CUBE MASON'S YARD, LONDON



DAMIAN ORTEGA
TRACES OF REALITY
White Cube Mason's Yard
25-26 Mason's Yard - London
17/7/2012 - 8/9/2012

White Cube Mason's Yard is pleased to present ‘Traces of gravity’, Damián Ortega's third exhibition with the gallery. Furthering his exploration of man-made and organic systems and the transformative qualities of materials, Ortega's new body of work employs salt as a narrative and metaphorical device to examine notions of human intervention, exchange and play and the ways in which these are dictated by physical forces.
In the ground floor gallery, Ortega will present Congo River, a new installation consisting of car tyres placed irregularly in the centre of the exhibition space. Ortega has drawn a delicate line in salt along their surface to dissect the gallery. The drawing appears like a topographical mark taken from a map but could equally reference a line of cocaine. Ortega is interested in salt for its historical importance both as a method of preservation – particularly of meat – and as a powerful symbol of economic exchange, of which cocaine could be seen as the modern-day equivalent. The title 'Congo River' relates to Joseph Conrad's novel, Heart of Darkness, as well as to Francis Ford Coppola's epic film Apocalypse Now, both of which use a journey along a river as a mythical and symbolic setting to examine notions of colonial repatriation, fear of the unknown and the 'other'.
Ortega continues this reference with his sculpture in the lower ground floor gallery; a nine-metre long submarine entitled Hollow/stuffed, market law. Here, the title refers to T.S. Eliot's famous, five-part poem The Hollow Men (1925) which in turn is a reference to the “hollow sham” that is Mr Kurtz, the main character from Conrad's novel. The sculpture, based on a plastic model of a World War II German Type XXI submarine, is made from industrial food sacks stuffed with salt and suspended from the ceiling, like a mythical boat. A small hole in the lowest part of the sculpture allows the salt to escape and slowly pile up on the floor during the course of the exhibition. For Ortega, the sculpture is a reference to the alternative, more recent use of submarines as a way to illicitly traffic cocaine along the coasts of South America into Mexico, and a key link in the chain between producer and consumer. At first glance, the submarine appears overbearing and aggressive but on closer inspection, this immobile and deflated vehicle is rendered useless by its homemade appearance and inability to protect its contents from the effects of gravity. Whether through an act of sabotage or failed construction, the leaking structure points to an abandoned project similar to the tyres upstairs. Indeed, Ortega has likened the structure, with its soft underbelly and rigid back, to a discarded animal in death and also to a kind of political caricature since it is a humorous and useless object which belies the weight of its political and economic subject.
In lower ground floor lift lobby, Ortega has extended the salt metaphor to explore its function in the origins of photography with the floor-based installation Preserve Image. This installation consists of a bicycle discarded on the floor, underneath which is a pool of salt. It appears as if the salt has been poured from above, so that directly below the metal frame of the bike is its own negative image – or shadow – where the salt has been unable to reach. Beside this work, which creates its own camera-less image, Ortega has placed another sculpture entitled Petrified consisting of a series of concrete casts of cameras taken from the artist's own collection, a nod to the ability of the camera to 'freeze' time and space.

Damián Ortega was born in 1967 in Mexico City and currently lives and works between his hometown and Berlin, Germany. Ortega has exhibited internationally including exhibitions at the Pinchuk Art Centre, Kiev (2011), Barbican Curve Gallery, London (2010), the Institute of Contemporary Art, Boston (2009), the Centre Pompidou, Paris (2008), the Ikon Gallery, Birmingham (2007) the Gallery at REDCAT and the Museum of Contemporary Art, Los Angeles (2005), Tate Modern, London (2005), Museu da Arte Pampulha, Belo Horizonte, Brazil (2005), Kunsthalle Basel (2004) and Institute of Contemporary Art, Philadelphia (2002). Group exhibitions include the 11th Havana Biennial (2012), Israel Museum (2011), São Paulo Biennial (2006), Institute of Contemporary Art, Boston (2003) and the 50th Venice Biennale (2003). 

YORGOS SAPOUNTZIS: A STATUE HAS REMEMBERED ME - LES PRESSES DU REEL 2012

YORGOS SAPOUNTZIS
A STATUE HAS REMEMBERED ME
Edited by Katja Schroeder and Caroline Eggel
Texts by Rosalyn Deutsche, Chris Kraus, Veit Loers, Katja Schroeder; interview with the artist by Willem de Rooij
Les presses du réel, 2012

In his work, Yorgos Sapountzis (born 1976 in Athens, lives and works in Berlin) appropriates public space and the statues, monuments, and memorials that inhabit it. The artist concentrates less on their historical-political meanings and much more on their function as a medium of recollection. Sapountzis consciously tries to ignore historical information about the sculptures and instead allows them to “speak” through their gestures, poses, and ornaments.
Like an anthropologist —or parasite— Sapountzis hunts the urban, figurative myths by night or sounds them out for days on end with his camera. He then stages a confrontation, a dialogue, and a “dance,” in which the preceding expedition is consolidated to form a theatrical choreography. Sapountzis drapes scarves, makes plaster casts, and builds constructions out of aluminum rods and tape, ensnaring his stone or bronze protagonists, whom he tries to involve in his seemingly futile, exhausting activities. His video camera also records this action. The performance is therefore just as much part of the artistic strategy as the video material produced during the performance.