mercoledì 2 marzo 2016

VINCENT LEFEBVE: POLITIQUE DES LIMITES, LIMITES DE LA POLITIQUE - UNIVERSITÉ DE BRUSELLES 2016




VINCENT LEFEBVE
POLITIQUE DES LIMITES, LIMITES DE LA POLITIQUE
La place du droit dans la pensée de Hannah Arendt
Université de Bruxelles (18 février 2016)
Collection : Philosophie politique : généalogies et actualités

En forçant un peu le trait, tout se passe comme si les abondantes lectures politiques et morales suscitées par l’œuvre de Hannah Arendt avaient conspiré à masquer sa philosophie du droit. Cet ouvrage s’efforce de rectifier une telle perspective, bien ancrée tant chez les spécialistes de la pensée politique que dans le grand public, en invitant le lecteur à cheminer à travers cette œuvre exigeante afin d’y découvrir une réflexion sur le droit originale.
Le premier versant exploré, qualifié d’objectif et qui correspond à la première partie de l’étude, s’entend d’une analyse minutieuse des modèles que la philosophe s’est attachée à élaborer dans certains de ses livres les plus importants. Ces modèles ont en commun de renvoyer à des situations historiques exceptionnelles ayant mené soit à un enrichissement de notre conception et de notre expérience du lien entre droit et politique (l’Antiquité grecque et romaine, la Révolution américaine), soit à la destruction pure et simple de ces deux champs de l’activité humaine (le totalitarisme).
Dans la seconde partie de l’ouvrage, la focale se déplace en direction du pôle subjectif de l’œuvre étudiée. Vincent Lefebve y montre de quelle façon Arendt s’emploie à redéfinir les figures centrales de notre pensée politico-juridique que sont le sujet de droit, le juge et le citoyen à partir d’une observation attentive de situations existentielles limites, comme la crise des réfugiés et apatrides de l’entre-deux-guerres. Sont mobilisés, dans le cours de cette investigation, des thèmes aussi variés que les droits de l’homme, la justice pénale internationale, la portée politique du jugement ou encore la désobéissance civile.
Ces deux versants – objectif et subjectif – dessinent ensemble une conception inédite de l’articulation entre droit et politique qui n’implique ni une confusion entre ces deux sphères, ni la subordination de l’une à l’autre. Arendt pense la solidarité de principe entre droit et politique, fait du phénomène juridique la condition même de la liberté, ce qui la « contient » au double sens de ce qui la limite et de ce qui lui donne vie.
C’est, en un mot, à la rencontre d’une authentique pensée politique du droit que nous convie ce livre, nous offrant ainsi les clés d’une compréhension nouvelle de diverses thématiques classiques, mais toujours actuelles, qui animent la recherche en philosophie du droit, comme la nature de la loi ou de la constitution, la source de la justice humaine ou encore le fondement de l’obéissance au droit.
  

ANDREA AVETO: ADRIANO GRANDE - TEATRO DELLA CORTE, GENOVA 3/3/2016




Poeti di Liguria
ANDREA AVETO
ADRIANO GRANDE
Teatro della Corte - Foyer
Viale Duca D'Aosta Emanuele Filiberto - Genova
giovedì 3 marzo 2016, ore 16,45

Inizia giovedì 18 febbraio alle ore 16,45 nel foyer del Teatro della Corte, il ciclo d’incontri Poeti di Liguria: dalla lirica pura allo sperimentalismo, promosso dalla Fondazione Mario Novaro in collaborazione con l’Università di Genova.
Il ciclo, che comprende cinque incontri fra il 18 febbraio e il 17 marzo, ripercorre la linea ligure della poesia e mostra come Eugenio Montale, Camillo Sbarbaro e Giorgio Caproni siano solo i più noti fra gli autori di versi nati e vissuti sulla striscia di terra che va da Ventimiglia a La Spezia.
Ogni incontro avrà luogo il giovedì alle ore 16.45 nel foyer del Teatro della Corte, come parte della più ampia rassegna curata dal Teatro Stabile di Genova.
Dopo la conferenza introduttiva di Pino Boero (il 18 febbraio), Linea ligure nella nostra poesia?, nei successivi quattro giovedì, l’attenzione sarà focalizzata sui poeti Angelo Barile, Adriano Grande, Alessandra Capocaccia Quadri e Cesare Vivaldi, analizzati rispettivamente da Silvio Riolfo Marengo, Andrea Aveto, Laura Accerboni e Alessandro Ferraro.
Ecco nel dettaglio il programma dei cinque appuntamenti:
Giovedì 18 febbraio, ore 16.45
Linea ligure della nostra poesia? - Conferenza di Pino Boero
Giovedì 25 febbraio, ore 16.45
Angelo Barile (Albissola Marina 1888 - 1967) - A cura di Silvio Riolfo Marengo
Giovedì 3 marzo, ore 16.45
Adriano Grande (Genova 1897 - Roma 1972) - A cura di Andrea Aveto
Giovedì 10 marzo, ore 16,45
Alessandra Capocaccia Quadri (Genova 1905 - 2001) - A cura di Laura Accerboni
Giovedì 17 marzo, ore 16.45
Cesare Vivaldi (Imperia 1925 - Roma 1999) - A cura di Alessandro Ferraro

Gli incontri saranno completati dalla proiezione di immagini e da letture di testi.
Ogni conferenza è ad ingresso libero.

martedì 1 marzo 2016

DADA UNIVERSAL - MUSEUM NATIONAL SUISSE, ZURICH




DADA UNIVERSAL
a cura di Stefan Zweifel, Juri Steiner
Musée national suisse
Landesmuseum Zürich
Museumstrasse 2 - Zürich
05.02.2016 – 28.03.2016

Dada, movimento anticulturale di portata mondiale, è esploso nel 1916 a Zurigo al Cabaret Voltaire. La detonazione ha lasciato tracce fino ai giorni nostri. Il Dadaismo ha influenzato il Surrealismo così come Fluxus, la pop art e molte altre correnti artistiche, intellettuali e perfino politiche quali i situazionisti parigini (maggio 1968) o le rivolte giovanili di Zurigo del 1980. In occasione del 100° anniversario di Dada, il Museo nazionale Zurigo intende puntare i riflettori sullo spirito creativo, rivoluzionario e universale che ha contraddistinto il movimento attraverso una selezione di opere. L’esposizione «Dada Universale» rientra nel contesto di questo centenario di ampio respiro che si celebra nel 2016. Per «Dada Universale», il Museo nazionale ospita opere di varia provenienza, come la celeberrima «Fountain» di Marcel Duchamp della collezione dell’Israel Museum: un orinatoio innalzato al rango di opera d’arte, ritenuto la «Monna Lisa» del Dadaismo. È presente anche il dodo, l’uccello incapace di volare, già celebrato in «Alice nel paese delle meraviglie» quale espressione del lato bizzarro della natura. Il costume degli indiani Hopi di Sophie Taeuber-Arp – raramente messo in mostra – si accosta a maschere africane provenienti dal Museo Rietberg e al macinino di Hannah Höch, dall’aspetto di un candelotto di dinamite con meccanismo di innesco.

Il trionfo della negazione assoluta
Non è un caso che il movimento dadaista prenda le mosse dal Cabaret Voltaire di Zurigo: in origine, infatti, si proponeva come manifestazione di protesta contro la guerra, proprio in nome del celebre filosofo illuminista. L’opposizione alla guerra si è poi estesa fino ad assumere i contorni di un rifiuto nei confronti della cultura occidentale, da cui aveva avuto origine questa catastrofe a livello globale. Infine, con le poesie sonore Dada arriva a distruggere completamente la lingua, sulla quale si fonda la civiltà dell’Occidente. Ma dall’impeto della negazione nasce un nuovo «sì». I Dadaisti individuarono alcuni aspetti della loro visione già negli antichi, in Friedrich Nietzsche ma anche nella mistica medievale: negli scritti di uno di questi autori Hugo Ball si imbatte in una citazione di Gesù «aeà iuo iao oia psinoter ternops nopsiter zagura pagura», motivo che spiega la presenza nella mostra di un Cristo sull’asino dell’XI secolo proveniente dalla collezione del Museo nazionale.

1916: nel cuore del conflitto bellico
L’esposizione «Dada Universale» inquadra gli oggetti e le testimonianze del movimento dadaista nel contesto del periodo storico della Prima guerra mondiale. Una mantella mimetica per i combattimenti al fronte, proveniente dal Musée de l’Armée di Parigi, richiama alla mente il vestito a forma di cilindro indossato da Hugo Ball nel 1916 nella sua celebre apparizione al Cabaret Voltaire quando per la prima volta declamò le sue poesie sonore dai tratti mistici ed estatici. E un fucile Lebel fusosi al fronte e posto accanto al «Fiore Futurista» (1918) di Giacomo Balla, tratto dalla collezione della Kunsthaus di Zurigo, simboleggia tutto il non senso della guerra.

I «dossier»: i documenti del Dadaismo
Una serie di collage, elementi tipografici e immagini dei primi esperimenti cinematografici del movimento creano nel padiglione del Museo nazionale un vortice visivo e uditivo, là dove nel mezzo dell’esposizione vi è una sorta di «kaaba del Dadaismo». In essa spicca un foglio sul quale i Dadaisti parigini hanno collocato i nomi di tutti i personaggi dai quali hanno tratto ispirazione, da Hegel a Sade, creando una sorta di firmamento. A fianco della kaaba, il «dossier» di André Breton nel quale egli ha raccolto vari documenti relativi a Dada. Il Consigliere federale Alain Berset sul centenario del Dadaismo Lo spirito del dadaismo è ancora ben presente nell’arte dei giorni nostri. Ma il movimento dada non può semplicemente essere considerato un episodio nel flusso lineare dell’arte del XX secolo. Il dadaismo è scontroso. Come scrisse Tristan Tzara: «Dada dubita di tutto. Dada è tutto. Diffidate di tutto. Diffidate di dada». I veri dadaisti sono contro dada. È un atto sovversivo? No, costruttivo!

Il centenario del Dadaismo
L’esposizione «Dada Universale» presso il Museo nazionale si svolge nel contesto del centenario del Dadaismo «dada100zürich2016», una collaborazione fra partner pubblici e privati, musei, teatri, istituzioni, festival, associazioni, organizzazioni e iniziative individuali che animerà la scena culturale fra l’inizio e la metà del 2016. Ideazione, coordinamento, affiancamento e comunicazione sono affidati all’associazione dada100zürich2016. Il centenario è ampiamente supportato dalla città e dal Cantone di Zurigo nonché dall’Ufficio federale della cultura. Il programma prevede esposizioni, visite guidate e rappresentazioni, letture, dibattiti, seminari, pubblicazioni, un film documentario e simposi. Progetti web partecipativi e personaggi della cultura pop e sperimentale contribuiranno a mettere in luce il Dadaismo. Questa multiformità di iniziative fa sì che la celebrazione dell’anniversario diventi espressione e patrimonio della collettività. L’associazione dada100zürich2016 promuove e coordina i progetti. Da ultimo anche il Cabaret Voltaire, il luogo in cui il movimento ha visto la luce, sta preparando un ambizioso programma per celebrare la ricorrenza. Dada è grande abbastanza. È locale, globale e universale.

«Dada è l’anima del mondo.»
Mentre la Prima guerra mondiale metteva a ferro e fuoco l’Europa, a Zurigo veniva coniata la parola magica «Dada», che poi si diffuse a macchia d’olio nel resto del mondo. Alcuni emigranti, fra cui Hugo Ball, Emmy Hennings, Hans Arp e Tristan Tzara, inaugurarono il «Cabaret Voltaire» nel centro storico della città, al numero 1 della Spiegelgasse. Da qui, la loro rivolta radicale varcò i confini svizzeri e anche europei: presto vennero aperte filiali dadaiste a Berlino, Parigi, Tokyo, Madrid e New York.
Dada è globale, ma anche universale. Il Dadaismo ha portato all’estremo il principio della negazione radicale. Nel delirio dionisiaco, il «no» alla cultura esistente si trasforma in un «sì» al momento presente. Dal nulla nasce il nuovo. Dada non è semplicemente uno dei tanti «ismi» che caratterizzano la storia dell’arte. «Dada è il caos da cui sorgono mille ordini, che poi vengono di nuovo inghiottiti nel caos Dada. Dada è allo stesso tempo lo svolgersi e la sostanza di tutto ciò che accade nel mondo», scriveva Richard Huelsenbeck, cofondatore del movimento.
In altri termini, «prima del Dada c’era il Dada». E proprio perché il Dadaismo racchiudeva in sé i tratti di tutte le correnti d’avanguardia – dal Futurismo al Costruttivismo, reinterpretandoli con assenso o dissenso – può essere visto come corrente emblematica dell’Avanguardia.
Il Dadaismo ebbe l’effetto di una vera e propria detonazione, che ha lasciato tracce fino ai giorni nostri. Ed essendo stato fin dall’inizio un movimento avanguardista di artisti rivolto agli artisti, ha esercitato un notevole influsso su altre correnti degli ultimi cento anni, dal Surrealismo a Fluxus, dalla pop art alla mail art, dai situazionisti della Parigi degli anni Sessanta a varie altre tendenze artistiche e intellettuali successive. Senza Dada non ci sarebbero stati i sit-in del 1968, Joseph Beuys non avrebbe baciato una lepre morta e il punk Sid Vicious non avrebbe cantato «God Save The Queen». Senza Dada, i «Bewegig» della rivolta giovanile esplosa a Zurigo nel 1980 non sarebbero scesi in campo con l’intenzione di fare dello Stato «un’insalata di cetrioli». E senza Dada, oggi il Cabaret Voltaire della Spiegelgasse sarebbe una delle tante farmacie di Zurigo.
Eppure, quando nel 1924 il poeta surrealista Robert Desnos si sentì chiedere cosa sarebbe rimasto del Dadaismo, dal torpore ipnotico in cui si calava per dare libera espressione alla propria creatività sussurrò: «Nient’altro che banane».

NAM JUNE PAIK: L'INTEMPESTIVITÀ DEL CONTEMPORANEO - C+N CANEPANERI, MILANO




NAM JUNE PAIK
L'INTEMPESTIVITÀ DEL CONTEMPORANEO
a cura di Francesca Guerisoli
C+N Canepaneri
Foro Buonaparte 48 - Milano
1/3/2016 - 9/4/2016

La galleria C+N Canepaneri presenta “L’intempestività del contemporaneo” mostra dedicata all’opera del grande artista Nam June Paik (Seul, 1932 – Miami, 2006) di cui verranno esposti lavori realizzati tra il 1962 e il 1995.
Formatosi nell’ambiente d’avanguardia del Gruppo Fluxus, Paik è diventato uno dei principali esponenti della videoarte, di cui ne è concordemente ricordato come l’iniziatore in pubblico con la mostra tenuta nel marzo 1963 presso la Galleria Parnass di Wuppertal. Fondamentali nella sua biografia sono gli incontri con John Cage nel 1958 e con George Maciunas nel 1961, la partecipazione nel 1962 al Fluxus Internationale Festspiele Neuester Musik di Wiesbaden e l’arrivo a New York nel 1964, dove nasce il sodalizio con la violoncellista Charlotte Moorman.
Ricercatore incessante, radicale sperimentatore del linguaggio video, nelle sue complesse installazioni Paik mette insieme una pluralità di culture combinando l’ideale Fluxus con la spiritualità zen e l’uso sovversivo della tecnologia. Sperimenta il video come nuovo mezzo espressivo visivo, sonoro e performativo, inventa dispositivi tecnologici che permettono di manipolare colori e forme, e arriva anche a utilizzare, negli anni Novanta, la tecnologia laser.
In mostra da C+N Canepaneri due opere ricordano le importanti collaborazioni intessute da Paik con artisti e musicisti, da John Cage a Joseph Beuys, da Robert Rauschenberg ad Allan Kaprow. L’opera Beuys Voice (1988) presenta un racconto che condensa gli emblemi simbolici di Beuys, come il cappello e la lepre, con figure e pitture. L’installazione Violoncello (1989) nasce dalla performance eseguita a Reggio Emilia nel 1989 da Paik e Charlotte Moorman.
Le sperimentazioni sui monitor televisivi sono centrali nelle due opere degli anni Novanta: TV Frog (1979-1995), dove due rane in pietra grigia guardano un televisore su cui avvengono storie che le riguardano, e TV Clock (1990 – 1991), dove una scultura di donna sorregge un orologio ed è posta al centro di uno spazio costruito con tre schermi che rimandano, attraverso una telecamera a circuito chiuso, il movimento del pendolo.
Infine, nella serigrafia Fluxus Island (1962) Paik, collegando gli eventi che sono avvenuti nel corso di quell’anno, disegna i confini di un’isola della mente e delle idee, mentre Lampada a olio e watchman raffigura in modo emblematico quanto per Paik la televisione e i media contemporanei possano essere interpretati come fari illuminanti e punti di riferimento di una cultura in continua evoluzione e trasformazione.

DOCUMENTARY ACROSS DISCIPLINE - THE MIT PRESS 2016




DOCUMENTARY ACROSS DISCIPLINE
Edited by Erika Balsom and Hila Peleg
The MIT Press (March 11, 2016)

Contemporary engagements with documentary are multifaceted and complex, reaching across disciplines to explore the intersections of politics and aesthetics, representation and reality, truth and illusion. Discarding the old notions of “fly on the wall” immediacy or quasi-scientific aspirations to objectivity, critics now understand documentary not as the neutral picturing of reality but as a way of coming to terms with reality through images and narrative. This book collects writings by artists, filmmakers, art historians, poets, literary critics, anthropologists, theorists, and others, to investigate one of the most vital areas of cultural practice: documentary. Their investigations take many forms—essays, personal memoirs, interviews, poetry.
Contemporary art turned away from the medium and toward the world, using photography and the moving image to take up global perspectives. Documentary filmmakers, meanwhile, began to work in the gallery context. The contributors consider the hybridization of art and film, and the “documentary turn” of contemporary art. They discuss digital technology and the “crisis of faith” caused by manipulation and generation of images, and the fading of the progressive social mandate that has historically characterized documentary. They consider invisible data and visible evidence; problems of archiving; and surveillance and biometric control, forms of documentation that call for “informatic opacity” as a means of evasion.

Contributors: Ariella Azoulay, Zach Blas, Christa Blümlinger, Stella Bruzzi, Lucien Castaing-Taylor, Kris Fallon, Evgenia Giannouri, Ben Lerner, SylveÌre Lotringer, Antonia Majaca, Sohrab Mohebbi, Volker Pantenburg, Veìreìna Paravel, Christopher Pinney, Ben Rivers, and Eyal Sivan

Copublished with the Haus der Kulturen der Welt (HKW), Berlin

Erika Balsom is a Lecturer in Film Studies and Liberal Arts at King’s College London and the author of Exhibition Cinema in Contemporary Art.

Hila Peleg is a curator and filmmaker based in Berlin and the founder and artistic director of the Berlin Documentary For

STURTEVANT: WARHOL MARILYN - THE MIT PRESS 2016




STURTEVANT
WARHOL MARILYN
by Patricia Lee
The MIT Press (february 2016)

Warhol Marilyn (1965) is not a work by Andy Warhol but by the artist Elaine Sturtevant (1930–2014). Throughout her career, Sturtevant (as she preferred to be called) remade and exhibited works by other contemporary artists, among them Jasper Johns, Roy Lichtenstein, and Robert Rauschenberg. For Warhol Marilyn, Sturtevant used one of Warhol’s own silkscreens from his series of Marilyn printed multiples. (When asked how he made his silkscreened work, Warhol famously answered, “I don’t know. Ask Elaine.”) In this book, Patricia Lee examines Warhol Marilyn as representing a shift in thinking about artistic authorship and originality, highlighting a decisive moment in the rethinking of the contemporary artwork.
Lee describes the cognitive dissonance a viewer might feel on learning the identity of Warhol Marilyn’s author, and explains that mistaken identity is part of Sturtevant’s intention for the operation of the work. She discusses the ways that Sturtevant’s methodology went against the grain of a certain interpretation of modernism, and addresses the cultural significance of both Warhol and Monroe as celebrity figures. She considers Dorothy Podber’s shooting a bullet through a stack of Warhol’s Marilyns (thereafter known as The Shot Marilyns) at the Factory in 1964 and its possible influence on Sturtevant’s decision to remake the work.
Lee writes that Sturtevant’s critical reception has been informed by some fictional forebears: the made-up artist Hank Herron (whose nonexistent work duplicating paintings by Frank Stella was reviewed by a fictional critic), and (suggested by Sturtevant herself) Pierre Menard, the title character of Jorge Luis Borges’s “Pierre Menard, Author of the Quixote,” who recreates a section of Cervantes’s masterpiece line by line. And finally, she explores installation contexts and display strategies for Sturtevant’s work as illuminating her broader artistic aims and principles.

Patricia Lee is a writer, lecturer, and scholar of contemporary art.

PAOLO LIPARI: INONEDALLMOVIE - TEATRO DEL FALCUNE, GENOVA




PAOLO LIPARI
INONEALLMOVIE
Palazzo Reale - Teatro del Falcone
via Balbi 10 - Genova
2/3/2016 - 20/3/2016
Lezione con Paolo Lipari: giovedì 3 marzo 2016, ore 14-17. Ingresso libero.

Memoria/e è il titolo di un laboratorio interdisciplinare in corso presso l'Università di Genova con l’intento di approfondire uno dei temi del dibattito culturale contemporaneo: la memoria, appunto. L’analisi storica, teorica e metodologica del tema viene declinata attraverso percorsi diversi, allo scopo di intercettare e approfondire questioni cruciali come quelle dell’archivio, del canone, del rapporto tra storia e memoria collettiva e dei processi contemporanei di registrazione del passato. Ideato e diretto da Luca Malavasi (Storia e Critica del Cinema, Critica Cinematografica) e da Paola Valenti (Metodologie per lo studio dell’Arte Contemporanea, Storia della Scultura in età contemporanea), il laboratorio prevede un ciclo di lezioni e di incontri con docenti, artisti e professionisti del settore.
In tale contesto si colloca l’allestimento della mostra InOneAllMOvie di Paolo Lipari, a Genova presso le sale di Palazzo Reale. Il lavoro di Lipari viene riconosciuto e letto come un’operazione mediale complessa, attuale e ricca di rimandi agli studi contemporanei sulla memoria e sulla convergenza mediale. A fianco della mostra, in università, si svolgerà un workshop e lo stesso Lipari terrà una lezione.
Paolo Lipari (Como, 1958), autore di corti, mediometraggi e documentari (premiati in festival italiani e internazionali), si dedica anche alla formazione di giovani videomaker, alla direzione di eventi culturali (Il Cinema italiano - Festival a Como) e alla realizzazione di progetti artistici incentrati sul destino del cinema nell'era digitale. Lipari espone per la prima volta a Genova il progetto InOneAllMovie. Il percorso espositivo pensato e realizzato per il Teatro del Falcone offre allo spettatore una rappresentazione dello spazio della sala cinematografica e della visione stessa del film. Le opere del ciclo InOneAllMovie nascono da una serie di riflessioni dell’artista che investono direttamente il film, il suo supporto, la velocità di proiezione e la percezione dello spettatore. Lipari interviene sulla pellicola, modificando consapevolmente la forma ultima del film. Il dissidio tra la forma e il suo apparire viene risolto da un'intuizione: comprimere il film, rendendolo tutto percepibile in un solo fotogramma, ottenuto grazie al progressivo aumento della velocità di scorrimento. L’opera di Lipari dunque lavora anche sulle coordinate spazio temporali del film: quello che normalmente si svolge, dura, sullo schermo alla velocità costante di ventiquattro fotogrammi al secondo viene fermato e ridotto al tempo di un solo frame e circoscritto nello spazio di un unico quadro. L’artista interviene sulla pellicola con l’ausilio della tecnologia digitale e trasforma infine il film in una sorta di fotografia. Dal lavoro dell’artista viene investito il rapporto memoriale fra spettatore e film: lo spettatore cerca nella nuova forma elementi che rimandino alla forma conosciuta e memorizzata, creando una serie di riferimenti e connessioni che varia incessantemente da persona a persona, da film a film.
Nel corso degli anni, l’esperimento di Lipari è diventato un ciclo corposo, fanno parte di InOneAllMovie: Amarcord, Otto e mezzo, Apocalypse Now, La donna che visse due volte, Psycho, Il favoloso mondo di Amélie, Kill Bill vol. 1, Kill Bill vol. 2, Blade Runner, Shining, The Wall, La vita è bella, I misteri del giardino di Compton House, Zabriskie Point, Hero.
L’acronimo del titolo del ciclo di opere, InOneAllMovie, nasconde una precisa dichiarazione d’affetto dell’artista: IO AMO. Lo stesso Lipari racconta di pensare anche «a chi ha amato un film, e lo amerà per sempre», quando realizza attraverso queste sue opere un’ulteriore «possibilità di possedere il film, appendendolo alla parete come un ritratto caro».

Paolo Lipari (Como 1958)
Dopo la laurea in Filosofia con una tesi in Storia e Critica del Cinema, lavora sia in ambito accademico (Cultore della materia presso l’Università Cattolica di Milano e poi docente di Istituzioni di regia a Brescia) sia per progetti pubblici e privati. A partire dagli anni Ottanta realizza per la televisione svizzera e italiana cortometraggi e documentari: Ragazze nella notte, miniserie in sei puntate, 1996; I bambini guardano la Lombardia, 1998, premiato al Festival Internazionale del Film Turistico; Gli occhi di oggi (sulla Tv di ieri), 2002; Il sogno di Federico 2008. Nel 2000, il documentario Due dollari al chilo, che riflette sul destino della pellicola cinematografica, viene presentato al Festival del Cinema di Venezia, ottenendo menzioni e premi. Non solo cinema al centro dell'opera di Lipari: nel 2007 l'artista racconta, attraverso un flusso di immagini e musica, la dinamica trasformazione della Cina contemporanea nel documentario Shen Ti - Il nuovo volto della Cina. Dal 2013 é docente di Educazione visiva presso l'International Academy of Tourism and Hospitality di Cernobbio, mentre, nelll’anno accademico 2015-2016 è Visiting Professor presso le università della Cina: Nanchino, Hangzhou e Shanghai.