lunedì 28 settembre 2015

LA SCOMPARSA DI ANNA RAMENGHI




Si legge nel manoscritto del Trattato d'amore di Guittone d'Arezzo, conservato a Madrid nella Biblioteca del Escorial, "Quy de'essere la figura de l'amore pincta sì ch'el sia garçone nudo, ciecho, cum due ale su le spale e cum un turbaschio a la centura, entrambi di color di porpora, cum un archo en man, ch'el abia ferio d'una sayta un çovene enamorao" (1). 
Ma l'immagine di Eros, saettante alla cieca il dardo d'amore, non compare sulla pagina, quasi a sottolineare l'inafferrabilità del dio cui la stessa mitologia antica attribuisce personificazioni diverse e contraddittorie. 
Identificandolo dapprima come la potenza primigenia che muove Gea, la Terra, emersa dal Caos a unirsi ad Urano, il Cielo, ed a Ponto, il Mare, per generare gli dei; poi legandolo ad Afrodite di cui lo si ritiene, alternativamente, il padre o - nella versione più nota - il figlio. 
A concepire l'impresa di rappresentarne pittoricamente le storie, suddivise in quattro "stanze", qui riunite per la prima volta in un allestimento che ricorda le gallerie fittamente ornate dei palazzi secenteschi, è stata, nell'ultimo scorcio del '900, un'autrice appartata e ardimentosa: Anna Ramenghi, che a questo ciclo, ospitato nei suoi diversi momenti da Rosa Leonardi nelle sale di cui disponeva al primo piano nobile del Palazzo Imperiale di Campetto (dove, per singolare coincidenza, si trova un affresco attribuito a Luca Cambiaso sul tema delle Nozze di Psiche) e attivamente seguito sul piano critico da Giorgio Di Genova, ha dedicato oltre un decennio di lavoro assiduo e appassionato. A dar avvio alla sequenza, nel 1993, l'incontro con la Venere allo specchio di Velázquez di cui realizza, nel primo episodio, non una copia ma una splendida asseverazione giustapposta ad un dipinto (Eros a ...) dal quale, in compiuta antitesi, Venere - e con lei Eros - scompare, abbandonando sul letto i suoi emblemi: lo specchio ed il velo. 
È dunque sotto il segno dell'assenza (della perdita) che si scioglie il primo atto della vicenda, mentre nel successivo protagonista è l'imprudente trasgressione, da parte di Psiche, del divieto di ravvisare le sembianze di Eros, che le è compagno nell'oscurità della notte. 
Se l'involarsi di Eros non precluderà a Psiche (Anima, in greco), a conclusione di una serie di prove imposte da una gelosa Afrodite, il ricongiungimento con l'amato e l'acquisto dell'immortalità, ben diversa è la sorte di Orfeo e Euridice, che il medesimo, umano impulso a contemplare il volto dell'essere amato, dopo la prova estrema della discesa nel regno dei morti, condanna ad una nuova crudele separazione. 
In ultimo è Pandora, fatale dono di Zeus agli uomini, ad occupare la scena con l'incantesimo della sua bellezza che fa schermo alla vecchiaia, alla malattia ed alla morte. 
Privazione, prova, pericolo si accompagnano dunque all'estasi d'amore, che pure si realizza a dispetto di ogni azzardo e di ogni incrinatura, come la "rete gettata sull'eternità" cui accenna Zygmunt Bauman, e però non si dà in una dimensione inalterabile, ma, proprio a motivo delle negatività da cui non può trovar riparo, si rispecchia (o addirittura si converte) nella sofferenza. 
Questa matura consapevolezza della natura insieme divina e umana (troppo umana) dell'eros, che ci fa comprendere come agli artisti sia dato condensare nelle immagini depositi di pensiero e di passione, si riflette negli esiti pittorici che l'autrice modula su sfondi costruiti nell'alternarsi di oscuramenti e trasparenze, in andamenti nebulosi e vorticanti. Il colore, steso con le mani, vi si raccoglie come in tessere incurvate, oblunghe, dai toni viola e rosso cupi, simili ai petali delle rose che formano il tema prediletto dei quadri più recenti di Anna Ramenghi. Questo aspetto assume particolare evidenza in opere quali Piume e petali e Ultima fioritura, entrambe realizzate nel 1993 e destinate ad affiancare la tela ov'è ritratta Psiche che regge nel buio una lanterna sul volto ancora indistinto di Eros. 
Ma l'aspetto cruciale, quello dove meglio si coglie la simbiosi fra il senso del mito e la sua emotiva rappresentazione pittorica, risiede nella raffigurazione dei corpi, volutamente acefali per essere insieme effigie dell'uno e dei molti, avvolti in una luce sgranata e vibrante, che li rende (in Come Venere o nel Sonno di Eros, del 2000) emblemi assoluti della fisicità nel momento stesso in cui li trasfigura in una dimensione che si può ben dire metafisica, facendone così immagini dell'anima incarnata. 
Così l'appuntarsi dell'attenzione dell'autrice sulle tracce di Eros (desiderio), di Psiche (anima) e Venere (sensualità), diviene altra cosa dalla semplice rilettura del mito greco o del calco erudito della grande pittura rinascimentale e secentesca, che pure - ma attraverso la seduzione della pittura - ha fornito il pretesto iniziale della ricerca. Non solo per il distacco formale da subito instaurato rispetto a questi modelli (una qualche consonanza su questo piano dovremo semmai cercarla nell'opera dei grandi visionari francesi del secondo Ottocento, Gustave Moreau e Odilon Redon) ma per "l'affettività profonda e smisurata" che vi lega il soggetto desiderante all'oggetto d'amore, in una volontà di comunione che trascende le singole individualità. 
Così nella nudità non astratta ma casta dei corpi si realizza, secondo l'opinione di Lévinas, "una significativa irradiazione etica all'interno dell'erotismo e della libido" (2), di cui la "tenerezza com-mossa" che Anna Ramenghi dispiega nelle sue tele costituisce la forma visibile.
[Sandro Ricaldone, 18/4/2011]

(1) Qui deve essere la figura d'Amore dipinto come un giovane nudo, cieco, con due ali sulle spalle ed un turcasso alla cintura, ambedue di color por-pora, con un arco in mano con il quale trafigga d'una freccia un giovane innamorato 
(2) Emmanuel Lévinas, citato da Marco Vozza ne Le Maschere di Eros, Bollati Boringhieri, Torino 2011, pag. 76.

domenica 27 settembre 2015

HARIS EPAMINONDA: VOL. XVI - LE PLATEAU, PARIS




HARIS EPAMINONDA
VOL. XVI
Le Plateau
Place Hannah Arendt - Paris
23/9/2015 - 6/12/2015

Le FRAC Île-de-France présente au Plateau la première exposition personnelle en France d’Haris Epaminonda, artiste chypriote vivant actuellement à Berlin.
Son travail intègre films, sculptures et installations, qui incluent images et objets de diverses époques et origines, suscitant ainsi de multiples rencontres et confrontations tout en entretenant un rapport explicite au passé.
Pages de livres anciens, vases, statuettes, etc., se trouvent mis en relation par le biais d’associations visuelles qui dessinent un espace fictionnel.
Haris Epaminonda conçoit pour Le Plateau un environnement global, investissant l’espace totalement dépouillé du lieu avec une série d’habitacles, de plateformes et d’écrans, à la fois sculptures et dispositifs de présentation d’œuvres.
Incluant d’autres éléments, films ou pièce sonore, le projet s’affranchit du cadre de l’exposition via une série d’actions parallèles et ponctuelles reliant l’intérieur et l’extérieur du plateau et formant ainsi une sorte d’archipel habité en perpétuel devenir.
L’ensemble, condensant toutes les différentes perspectives de la démarche de l’artiste où l’idée de voyage, de déplacement – dans le temps, dans l’espace – apparait fondamentale, offrira une expérience unique pour une perception tant sculpturale, spatiale que cinématographique de l’exposition.

DIEGO MARCON: FRANTI, FUORI! - CAREOF/DOCVA, MILANO




DIEGO MARCON
FRANTI, FUORI!
a cura di Martina Angelotti
Careof - DOCVA
via Procaccini 4 - Milano
22/9/2015 - 6/11/2015

Nell'arco di sei mesi di residenza a Careof, Diego Marcon ha intrapreso un percorso erratico all'interno dell'archivio video di Careof, rispondendo così all'invito di Performing Archive. FRANTI, FUORI! è la mostra che conclude questa esperienza.
L'archivio si è svelato gradualmente, mostrando ogni sua piega. Diego Marcon ha ripercorso le tracce visive lasciate dagli artisti che quarant'anni fa hanno fatto la storia del cinema sperimentale italiano e da quelli che, successivamente, hanno contribuito all'evoluzione di quel linguaggio. Non si è trattato solo di un incontro ravvicinato con un materiale -in alcuni casi sconosciuto all'artista, in altri famigliare, in altri ancora complice- ma di assorbirlo per poi abdicarvi a favore di una personale operazione speculativa. Lasciare che qualcosa si staccasse da uno sfondo per farlo affiorare su una superficie fatta perlopiù di celluloide, colla, inchiostri, graffi.
Franti non ha un corpo, non ha un volto. É semmai un carattere, tosto e tristo (Edmondo De Amicis cit.) il cui vizio o virtù si stabiliscono “fuori luogo” e “fuori campo”. Cuore della mostra, cinque film pensati come un unico emisfero cerebrale, cinque cedimenti, cinque colpi di testa dipinti su minuscoli centimetri di pellicola rossastri. (Untitled 01;02;03;04;05 – head falling, 2015). Altri elementi fanno da satellite ai film, contribuendo a formare un succedersi di richiami visivi e sonori.
Una scultura da esterno, simile a un nano da giardino, ma in formato extralarge, segna lo spazio-tempo di una scena in cui siamo invitati a muoverci senza il soccorso di cartelli, mappe, bussole, stelle polari.

"Questa mostra è particolarmente dedicata ai ragazzi delle scuole elementari, i quali sono tra i nove e i tredici anni, e si potrebbe intitolare: Mostra d'un anno, fatta da un alunno di terza d'una scuola municipale d'Italia. Ora guardate questa mostra, ragazzi: io spero che ne sarete contenti e che vi farà del bene". 


FUTURE PUBLICS - BAK/VALIZ 20'15




FUTURE PUBLICS
(The Rest Can and Should Be Done by the People)
A Critical Reader in Contemporary Art
Edited by Maria Hlavajova and Ranjit Hoskote
BAK - Valiz, 2015

BAK, basis voor actuele kunst and Valiz are proud to announce the release of Future Publics (The Rest Can and Should Be Done by the People): A Critical Reader in Contemporary Art.
Future Publics (The Rest Can and Should Be Done by the People): A Critical Reader in Contemporary Art, edited by Maria Hlavajova (artistic director of BAK, Utrecht) and Ranjit Hoskote (cultural theorist, poet, and curator, Mumbai), brings together contributions by artists, theorists, and activists to reflect on radically new publics—forward-looking yet pre-figurative, situated yet nomadic—as they emerge from the experiences of social crisis and political uncertainty that characterize our present. These future publics are provisional assemblies that question existing mechanisms of collective organization and constructions of social value and cultural meaning, recognizing that the institutions of public life cannot continue with a “business-as-usual” attitude as late capital’s certitudes collapse and entrenched regimes are being challenged across the globe. Resisting conscription into formal definitions of citizenship, these publics shape new solidarities that cut across conventional lines of class, region, ethnicity, and ideological affiliation. In the field of art, they demonstrate a renewed, insurgent, and self-critical capacity for engagement, rejecting the passive observation of the “viewer,” the commodifying gaze of the “consumer,” and the stylized participation of the “spectator.” Through these accounts, the contributors assemble a vocabulary relevant to artistic practices and civic conclaves mobilized outside the ossified institutions: among propositions such as rebel citizenry, orgnets, cultural users, stateless states, and devolutionary platforms, they articulate and address ways of being and doing beyond those that have been established within the neoliberal paradigm of “the contemporary.”

With contributions by: Nancy Adajania (cultural theorist and curator, Bombay); Ariella Azoulay (theorist, curator, and filmmaker, Providence); Amelia Barikin (art historian and writer, Brisbane) and Nikos Papastergiadis (theorist, Melbourne); Bassam El Baroni (curator and writer, Alexandria); Manuel Beltrán (artist, activist, and designer, The Hague); David Graeber (anthropologist, London) and Michelle Kuo (writer and editor, New York); Tom Holert (art historian and critic, Berlin); Brian Holmes (art and cultural critic, Chicago); Geert Lovink (media theorist, Amsterdam); Elżbieta Matynia (sociologist, New York) and Joanna Warsza (researcher, writer, and curator, Berlin and Warsaw); Simon Sheikh (curator and writer, Berlin and London); Jonas Staal (artist, Rotterdam); and Stephen Wright (theorist, writer, and curator, Paris).

Future Publics (The Rest Can and Should Be Done by the People): A Critical Reader in Contemporary Art is the sixth publication in BAK’s Critical Reader Series. The series comprises select collections of new and anthologized propositional writings by a rich array of artists, art historians, philosophers, theorists, activists, and other thinkers grappling—with, from, and through the prism of contemporary art—with what we believe to be the critical matters of our time. Other publications in the series include We Roma (2013), On Horizons (2011), The Return of Religion and other Myths (2009), On Knowledge Production (2008), and Concerning War (2006/2010). These publications are paralleled by a series of BAK Critical Readers in Artists’ Practice, within which a compendium of writings appeared in 2012 on the practice of artist, actor, director, and playwright Rabih Mroué. A forthcoming reader on the practice of Berlin-based artist and cultural researcher Marion von Osten will be released in 2016.
  

HARRIET HAWKINS: FOR CREATIVE GEOGRAPHIES - ROUTLEDGE 2015




HARRIET HAWKINS
FOR CREATIVE GEOGRAPHIES
Geography, Visual Arts and the Making of Worlds
Routledge (22 Sept. 2015)

This book provides the first sustained critical exploration, and celebration, of the relationship between Geography and the contemporary Visual Arts. With the growth of research in the Geohumanities and the Spatial Humanities, there is an imperative to extend and deepen considerations of the form and import of geography-art relations. Such reflections are increasingly important as geography-art intersections come to encompass not only relationships built through interpretation, but also those built through shared practices, wherein geographers work as and with artists, curators and other creative practitioners.
For Creative Geographies features seven diverse case studies of artists’ works and exhibitions made towards the end of the twentieth and the beginning of the twentieth-first century. Organized into three analytic sections, the volume explores the role of art in the making of geographical knowledge; the growth of geographical perspectives as art world analytics; and shared explorations of the territory of the body, In doing so, Hawkins proposes an analytic framework for exploring questions of the geographical “work” art does, the value of geographical analytics in exploring the production and consumption of art, and the different forms of encounter that artworks develop, whether this be with their audiences, or their makers.

CAMILLA SALVAGO RAGGI: NON SOLO FINESTRE - IL CANNETO 2015




CAMILLA SALVAGO RAGGI
NON SOLO FINESTRE
Il Canneto (22 luglio 2015)
Collana: Aptamì

Riaprire una casa - una vecchia casa - per l'estate, significa (anche) ritrovare, riconoscere, affrontare (e, perché no, fotografare) e risolvere i mille piccoli inciampi che il tempo e un po' di sana incuria hanno accumulato... E così un chiavistello che non funziona un granché, una serratura da manovrare a rovescio, una persiana da forzare in un certo particolare modo, un gradino diverso dagli altri, e quindi pericoloso, diventano occasioni, per Camilla Salvago Raggi, per raccontare la storia di una casa. E la propria storia dentro una casa.
  

sabato 26 settembre 2015

YAYOI KUSAMA: IN INFINITY - LOUISIANA MUSEUM, HUMLEBAEK




YAYOI KUSAMA
IN INFINITY
Louisiana Museum of Modern Art
Gl. Strandvej 13 - Humlebaek
17.9.2015 - 24.1.2016

Within a few years, Yayoi Kusama (born 1929) has become a favourite of Louisiana’s guests because of her Gleaming Lights of the Souls installation at the museum – a mirror-lined room with hundreds of lamps in various colours that give the viewer a cosmic sensation of being in an infinite space.
But with a career spanning six decades, Kusama is much more than this. She came onto the art scene almost as a woman counterpart to Andy Warhol in New York in the 1960s, where she expressed herself in a mixture of art, fashion and happenings. Since then, her striking visual language and constant artistic innovation have rightfully earned her a position as one of today’s most prominent artists. Louisiana’s exhibition of Kusama tells the full story of this Japanese artist who with prodigious productivity has created an entire world unto itself, in which color, patterns and movement together bear witness to her fascination with the infinite.
The Louisiana exhibition unfurls the whole of Kusama’s life’s work: from early watercolours and pastels to her ground-breaking paintings and sculptures from the 1960s, psychedelic films, performances, installations and political happenings in the 1960s and the early 1970s, as well as shedding new light on works from the 1980s, after the artist’s return to Tokyo. Also on show exhibition are several of Kusama’s recent installations, and a series of new paintnings by the 86-year-old Kusama, created especially for Louisiana’s exhibition. The exhibition is the first Kusama retrospective to take into account the artist’s interest in fashion and design but also includes several important works from her early period that have never before been exhibited.