martedì 5 maggio 2015

JIMMIE DURHAM VENICE: OBJECTS, WORK AND TOURISM - FONDAZIONE QUERINI STAMPALIA, VENEZIA




JIMMIE DURHAM
VENICE: OBJECTS, WORK AND TOURISM
a cura di Chiara Bertola
Fondazione Querini Stampalia
Santa Maria Formosa, Castello 5252 - Venezia
5/5/2015 - 20/9/2015

Sembra che al mondo non ci sia città senza un teatro “Rialto” e altrettanto frequenti sono i locali notturni o i cabaret denominati “Lido”. È come se Venezia simboleggiasse qualcosa di importante che ha a che fare con la bella vita. Da trecento anni questo porto italiano è un indiscusso polo di attrazione nel circuito turistico europeo, l’apice del cosiddetto Grand Tour. Oggi questo si traduce in un flusso quotidiano di migliaia di croceristi, a cui si aggiungono i tantissimi che arrivano in aereo - turisti che magari arrivano per mezza giornata - per i quali Venezia è solo un pit-stop nella loro versione moderna del Grand Tour.
Per far spazio a navi sempre più enormi si scavano canali sempre più grandi e profondi e da trentacinque anni si sente ripetere lo stesso discorso: l’aumento costante del flusso dei turisti sta distruggendo Venezia. Passano gli anni, ma questa lamentela non perde il suo accento di verità malgrado i turisti siano anche uno dei principali motori per l’economia cittadina.
L’esperienza del turista stereotipato resta un bersaglio facile per la satira. I turisti sono considerati un fenomeno strano e il modo in cui vengono sminuiti e presi in giro non riconosce il vero oggetto del loro desiderio: cogliere una parte intrinseca del sapere e dell’esperienza culturale. Allo stesso tempo, anche il mondo culturale e intellettuale europeo converge sempre più sulla travagliata Venezia. Secondo Jimmie Durham “curatori, architetti, registi e artisti vanno in pellegrinaggio a vedere le Biennali. Questo significa che il pensiero intellettuale europeo non può essere separato dal turismo europeo, né dall’oggetto creato dall’uomo.”
Inoltre, continua Durham, “turisti e intellettuali europei condividono, di Venezia, una visione romantica che cancella la realtà viva dei lavoratori veneziani, i quali ricreano in continuazione la città, le impediscono di andare in rovina, le ridanno forma sotto gli occhi di tutti.”

Quattro anni fa, Jimmie Durham fu invitato dalla Fondazione Querini Stampalia a lavorare ad un progetto su Venezia. Cominciò parlando alle persone di Venezia e dintorni che lavoravano come carpentieri, maestri vetrai, battiloro o intagliatori e con persone che lavoravano nei ristoranti o ricoprivano cariche amministrative. Parlò con lavoratori di tutti i tipi e ne raccolse le storie. Scoprì che molti di loro venivano da paesi come il Senegal, la Tunisia e il Bangladesh e che preferivano restare un elemento invisibile dell’economia locale.
Nel maggio 2015, durante la 56esima Biennale di Venezia, Durham presenterà Venice: Objects, Work and Tourism. L’installazione fatta nello Spazio Carlo Scarpa della Fondazione Querini Stampalia sarà costituita da oggetti nuovi, frutto di combinazioni inattese: pezzi di vetro raccolti nel corso di anni accanto a vernici dalle tinte vivaci, mattoni veneziani vecchi di trecento anni accanto a elementi tratti dall’industria turistica e dal quotidiano commercio di Venezia. Un’opera non pensata come un monumento, ma piuttosto come un veicolo di dialogo, capace di cogliere la complessa mescolanza di queste idee: il turismo, l’immaginario sociale di Venezia, il lavoro e l’oggetto artigianale.
La mostra sarà accompagnata da un libro d’artista concepito come parte integrante di un unico progetto. Durham ha composto questo libro con testi e immagini - oggetti che ha raccolto, immagini di persone e scene veneziane - e vi ha racchiuso la sua analisi dei legami tra il settore turistico, le storie dei lavoratori veneziani e la storia della città. Per Durham, “Venezia è l’incarnazione di questa confluenza: un luogo in cui l’oggetto diventa la pietra angolare della vita culturale e intellettuale e luogo dove questo simbolo apparentemente statico della cultura e dell’intellettualità viene continuamente modellato e perfezionato attraverso la manipolazione ed il lavoro di tutti i giorni.“

Jimmie Durham, nato negli Stati Uniti d’America nel 1940 è artista visivo, saggista e poeta attivo fin dai primi anni Sessanta. Dal 1969 studia arte alla Scuola di Belle Arti di Ginevra. Negli anni Settanta è stato attivista politico di primo piano nell’American Indian Movement, fondatore dell’International Indian Treaty Council e rappresentante presso le Nazioni Unite. Le opere di Durham spesso, ma non esclusivamente, sfidano l’idea di architettura, monumentalità e narrazione dell’identità nazionale, decostruendo gli stereotipi e i pregiudizi su cui si basa la cultura occidentale. Durham ha partecipato a numerose esposizioni internazionali quali Documenta (1992, 2012), Whitney Bienniale di New York (1993, 2003, 2014), La Biennale di Venezia (1999, 2001, 2003, 2005, 2013) e a numerose mostre in differenti musei quali Ludwig Museum di Cologna, ICA di Londra, Palais des Beaux-Arts di Bruxelles, Madre di Napoli. Retrospettive della sua opera sono state presentate al MuHKA di Anversa (2012) e al Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris (2009). Nel 2013 Jimmie Durham è stato padrino della nona edizione del Premio Furla per l’arte per cui ha ideato l’immagine grafica Add Fire.

lunedì 4 maggio 2015

JENNY HOLZER: WAR PAINTINGS - MUSEO CORRER, VENEZIA




JENNY HOLZER
WAR PAINTINGS
a cura di Thomas Kellein
Museo Correr
piazza San Marco - Venezia
5/5/2015 - 22/11/2015

In collaborazione con la Written Art Foundation di Francoforte, la Fondazione Musei Civici di Venezia promuove una mostra di dipinti dell’artista concettuale americana Jenny Holzer, evento collaterale della 56. Biennale di Venezia. Le opere esposte al Museo Correr sono selezionate tra i dipinti di guerra realizzati dall’artista nel corso di dieci anni, con un significativo mutamento di approccio rispetto ai LED luminosi per i quali Jenny Holzer è più conosciuta. La mostra, curata da Thomas Kellein, con la direzione scientifica di Gabriella Belli, è accompagnata da un catalogo prodotto in collaborazione con l’artista.
Come punto di partenza l’esposizione si basa su documenti desecretati e altro materiale riservato del governo degli Stati Uniti riguardante la guerra globale al terrorismo seguita all’11 settembre 2001, come pure le operazioni militari USA in Afghanistan e in Iraq. I lavori della Holzer sono ricavati da appunti, mappe, comunicati, registrazioni di interrogatori, referti di autopsie e scritti autografi dei detenuti, pesantemente censurati prima di essere resi pubblici.
La trasformazione dei documenti in disarmanti quadri serigrafati e dipinti a olio su lino (in dimensioni moltiplicate rispetto agli originali) invita il visitatore sia a leggere che a guardare. Alcuni critici hanno paragonato i dipinti di Jenny Holzer alle prime opere di Andy Warhol della serie Death and Disaster (1960), come pure a quelle del suprematista russo Kazimir Malevich, all’espressionismo astratto, alla “scrittura di polvere” della calligrafia araba, e anche ai manifesti stradali anonimi con i quali ha iniziato la sua carriera, nella speranza che possano provocare una discussione attenta e un vivace dibattito pubblico.
Holzer ha spiegato così la sua decisione di iniziare a dipingere queste opere dieci anni fa, in un’intervista rilasciata a Stuart Jeffries del “Guardian”: “Ho voluto metterci tempo e cura. Volevo che questo lavoro fosse un indicatore di sincerità e attenzione. Volevo che fosse umano”. Aggiungendo che, anche se lei sente che “il materiale parla da sé… avere una situazione nella quale la tortura appare una cosa normale non è, credo, una cosa positiva”.

Il lavoro di Jenny Holzer è stato presentato per la prima volta a Venezia nell’ambito della partecipazione degli Stati Uniti alla 44. Biennale, nel 1990, dove è stato premiato con il Leone d’oro. In seguito si sono tenute cinque serate di proiezioni alla Fondazione Giorgio Cini sull’Isola di San Giorgio Maggiore nel 1999; e nel 2003 altre proiezioni sono state realizzate sulle facciate del Palazzo Corner e della Collezione Peggy Guggenheim sul Canal Grande. Tre Benches di Jenny Holzer fanno parte della raccolta permanente della Collezione Guggenheim, dove sono visibili in giardino.
L’artista vive e lavora a New York.

MODERNITÉS. PHOTOGRAPHIE BRÉSILIENNE (1940-1964) - FONDATION CALOUSTE GULBENKIAN, PARIS




MODERNITÉS
Photographie Bresilienne (1940-1964)
Fondation Calouste Gulbenkian
39, boulevard de La Tour Maubourg - Paris
5/5/2015 - 26/7/2015

Au début des années 40, avec la deuxième guerre mondiale, le Brésil apparaît comme une terre d'élection pour des milliers d'émigrants, le pays vit alors un processus de modernisation unique qui agite tous les secteurs de la société brésilienne. Cette exposition explore cette transformation vertigineuse à travers le regard de quatre photographes aux sensibilités stylistiques très différentes. Marcel Gautherot (1910-1996) est un parisien issu d'un milieu ouvrier, admirateur des oeuvres de Le Corbusier et de Mies van der Rohe ; dès 1958, il a eu accès aux oeuvres de Brasília ? reflet de l'amitié qu'il entretenait avec Oscar Niemeyer. Hans Gunter Flieg (1923), juif allemand, a fui le nazisme et s'est réfugié au Brésil en 1939, il s'est spécialisé dans la photographie industrielle. Thomas Farkas (1924-2011), hongrois émigré au Brésil, est sans doute le plus connu des quatre photographes, il est aussi le plus avant-gardiste du groupe, il s'est intéressé très jeune à la photographie comme oeuvre d'art. Enfin, José Medeiros (1921-1990), photojournaliste né dans un Etat pauvre et sans grande tradition culturelle, attentif aux changements et aux ruptures dans toutes les classes sociales, a appris la photographie dans les rédactions cariocas.
Dans cette exposition, nous verrons l'Amazonie intacte, les plages et le quotidien de Rio de Janeiro, mais aussi le carnaval, le football, les rites d'initiation des religions africaines, les ports fluviaux et les pêcheurs du Nord, les industries et les usines, les églises baroques, les tribus indiennes, l'outillage mécanique, les fêtes populaires, les bâtiments modernistes et la nouvelle capitale Brasília. Ces thèmes très hétérogènes dressent un portrait du Brésil à une époque donnée qui s'achève avec le début de la dictature militaire en 1964.

Photo José Medeiros, Instituto Moreira Salles

CORNELIUS CASTORIADIS: ECRITS POLITIQUES, 1945-1997 - EDITIONS DU SANDRE 2015




CORNELIUS CASTORIADIS
ECRITS POLITIQUES, 1945-1997
Tome 5, La société bureaucratique
Editions du Sandre (18 février 2015) Collection: Du Sandre Editi

La Société bureaucratique reprend, pour l'essentiel, le contenu du livre qui fut publié sous le même titre par l'auteur en 1990 chez Christian Bourgois (édition légèrement revue du recueil de 1973 où furent pour la première fois repris, dans la collection "10/18", des textes sur la Russie et les autres "pays de l'Est" d'abord publiés à partir de la fin des années 40 dans la revue Socialisme ou Barbarie). Dans cet ouvrage est traitée une question où Castoriadis a toujours vu le "fil d'Ariane" qui permettait de s'orienter dans tous les grands débats politiques du XXe siècle : celle de la nature de la société issue de la révolution d'Octobre en Russie. Comprendre les causes de la transformation de cette société en la négation même de tout ce pour quoi le mouvement ouvrier avait lutté depuis ses origines était pour l'auteur - et reste pour nous, à bien des égards - une condition indispensable à la renaissance d'un mouvement d'émancipation. Les textes rassemblés dans la première partie ("Les rapports de production en Russie") ont été rédigés en 1948-1950, ils témoignent de la rupture de l'auteur avec le mouvement trotskiste dont il avait fait partie mais restent dans le cadre d'une analyse qui se veut encore fidèle à l'esprit de certains aspects de l'oeuvre de Marx. Y sont mises notamment en relief la division antagonique entre la couche bureaucratique dominante et le reste de la population, ainsi que l'exploitation et l'aliénation que subissent ouvriers et paysans. Ceux de la deuxième partie ("La révolution contre la bureaucratie") correspondent à la période 1956-1957, celle du grand soulèvement des ouvriers et des intellectuels de Pologne et de Hongrie contre le régime bureaucratique. Cette première grande crise qui secoua les pays de l'Est fit éclater aux yeux de tous les contradictions qui de tout temps ont traversé ces régimes et qui ont amené en fin de compte leur chute. Dans la dernière partie ("La dynamique du régime russe", 1958-1977) sont enfin approfondies et systématisées les premières analyses, et annoncées celles de notre sixième volume : Devant la guerre et autres écrits (à paraître prochainement).

MANUEL CERVERA-MARZAL, ÉRIC FABRI ET ALII: AUTONOMIE OU BARBARIE - LE PASSAGER CLANDESTIN 2015




MANUEL CERVERA-MARZAL, ÉRIC FABRI ET ALII
AUTONOMIE OU BARBARIE
La démocratie radicale de Cornelius Castoriadis et ses défis contemporains
Le Passager Clandestin (21 mai 2015)
Collection : Essais

Apparu dans l’antiquité grecque et, particulièrement, dans la démocratie athénienne, reformulé et enrichi, après une longue éclipse, à partir de la Renaissance et dans le mouvement des Lumières, le projet d’autonomie, affirmait Cornelius Castoriadis il y a quarante ans, est « une plante historique à la fois vivace et fragile ». Ce constat est, aujourd’hui encore, d’une puissante actualité. Des « révolutions arabes » aux mobilisations turques, grecques, espagnoles ou même états-uniennes, du « réveil indigène » en Amérique latine aux expérimentations sociales menées dans les ZAD, on observe un renouveau des résistances démocratiques au désordre établi du capitalisme mondialisé. Face à cette vivacité renaissante, la fragilité du projet démocratique effraie : l’emprise démultipliée de l’imaginaire néolibéral, le fantasme de maîtrise illimitée porté par la technoscience, mais aussi la montée des droites extrêmes et l’essor des intégrismes religieux en témoignent sinistrement. Au vu des risques contemporains qui planent sur le projet d’autonomie, il importe plus que jamais de prêter attention aux processus qui conduisent les sociétés à se dessaisir de leur capacité à se donner leurs propres lois. Ce livre, qui prend le temps d’éclairer les principaux concepts de la pensée de Castoriadis, s’appuie sur la grande fécondité de ses travaux pour interroger les logiques multiples de domination et d’aliénation qui travaillent nos sociétés. Il montre que celles-ci ne pourront maintenir leur autonomie qu’a condition de désirer faire de son exercice collectif le fondement permanent de leur ordre politique.

ELENA PONGIGLIONE: LA MEMORIA DEI GIORNI VISSUTI - BIBLIOTECA UNIVERSITARIA, GENOVA




ELENA PONGIGLIONE
LA MEMORIA DEI GIORNI VISSUTI
Biblioteca Universitaria
ex Hotel Colombia
via Balbi 40 - Genova
5/5/2015 - 17/5/2015

In mostra, una cinquantina di opere inedite così definite dalla stessa artista:
«Sono i ricordi che restano indelebili nella memoria di una bimba, la gelida paura di quelle cose terribili e incomprensibili che sconvolgevano in quei giorni la vita di tutti. E la morte, e la voglia di vita e di libertà che esplodeva ribelle contro l’arroganza dell’uomo cattivo. È ciò che ti resta dentro, dopo tanto tempo, a memoria di una infanzia vissuta».

domenica 3 maggio 2015

FLORENCE HENRI - MUSEO NAZIONALE ROMANO ALLE TERME DI DIOCLEZIANO, ROMA




FLORENCE HENRI
Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano
viale Enrico De Nicola 78 - Roma
4/5/2015 - 31/8/2015

Le grandiose aule delle Terme di Diocleziano ritornano ad essere cornice di una mostra fotografica. Sarà questa la volta delle foto che Florence Henri, formatasi al Bauhaus e “compagna” dei Dadaisti, scattò durante un viaggio in Italia tra il 1931 e il 1932. A catturare la sua attenzione fu soprattutto il Foro, le sculture e le architetture “classiche”. Dagli scatti realizzati l’artista trasse diversi fotomontaggi pubblicati negli anni successivi. Tra questi, le foto della campagna del 1935 con i “ritratti” e le diverse composizioni “astratte” che costituiscono ancora oggi il maggior corpo di lettura delle antichità romane, conferendo un carattere specifico alla citazione del classico nella sua fotografia. Particolari le stampe in cui figurano Minerve polarizzate con un effetto a bassorilievo o le pose dove figure femminili mediterranee come in cammei ellenici, che riecheggiano i nudi di Man Ray, si stagliano sulle rovine.